Delitto alla Cappella Sistina

Delitto alla Cappella Sistina

È Venerdì Santo. E a Savona piove. Già di per sé il brutto tempo in prossimità di una festa è una gran scocciatura, ma il problema è un altro. È dal medioevo che il giorno in cui Gesù spira sulla croce in città si fa una processione, resa unica dal trasporto di dodici casse lignee, ovvero gruppi statuari che raccontano la passione di Cristo. E che se il tempo è brutto non possono certo essere fatti sfilare per la città. Luigi Siccardi rimugina anche su questo mentre verso mezzogiorno, intabarrato un po’ per il maltempo e un po’ – soprattutto – per non farsi riconoscere, fa qualcosa che non dovrebbe: entra nella Cappella Sistina. Sì, ce n’è una anche in Liguria. Sisto IV era savonese, e fece costruire una tomba per i genitori. Tomba danneggiata da un fulmine. Altro che paranoie terroristiche. Tomba in restauro. Tomba che non riaprirà per Pasqua, nonostante le pressioni del vescovo. Tomba chiusa al pubblico. Ingresso vietato a tutti, senza eccezioni. Ma Luigi sono mesi che fa il volontario lì, e quindi si fa forza. La curiosità è troppa. Ha le chiavi. Giusto un’occhiatina, non fa niente di male. Non lo vede nessuno. Entra. E ci trova dentro la testa sanguinolenta di un cadavere, con gli occhi cavati: la testa di Attilio Casagrande, stimato critico d’arte, chiacchieratissimo responsabile dei lavori di restauro…

L’uscita nelle librerie di questo romanzo, che sancisce anche l’esordio della coppia delle autrici sulla scena narrativa nazionale, risale all’ottobre di quattro anni fa. Ma dal duemilaundici a oggi il libro ha continuato ad affermarsi, ed è ormai “solo” il primo di una serie che continua ad allungarsi. Il perché è presto detto: Delitto alla Cappella Sistina è un bel giallo. Ma quello che lo rende accattivante non è semplicemente la classica storia di delitto e castigo (c’è un morto, gli investigatori indagano, il colpevole viene assicurato alla giustizia): c’è dell’altro. Prima di tutto l’ambientazione: Savona non è l’ombelico del mondo, con tutto il rispetto; è anzi una città che forse in effetti in pochi conoscono. Il che è un peccato. La scrittura di Giorgi e Schiavetta – raro che due voci si amalgamino così bene – ci conduce fin nei meandri più reconditi del capoluogo ligure. Sembra di vivere davvero tra quelle pietre antiche e il mare. E poi ci sono altri fattori: i personaggi sono ben caratterizzati, la trama solida, l’intreccio avvincente, il ritmo buono, i colpi di scena non mancano, non esistono banalità, lungaggini o retorica, lo stile è semplice, il lessico quotidiano. Insomma si legge con gusto, perché riesce a essere originale e a intrigare anche chi non è un appassionato del genere.



 

 

 
 
 
 

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