Delitto sulla collina proibita

Delitto sulla collina proibita
È notte fonda quando una guardia forestale sorprende in flagrante un ragazzo che, violando la legge, si è introdotto nel bosco per rubare della legna: per uno sfortunato caso, quello che doveva essere un mero avvertimento sparato in aria si trasforma nel colpo che colpisce il giovane al collo, uccidendolo. Siamo ai primi del Novecento, e la tragedia scuote violentemente il piccolo borgo sulla sommità del Montello, come ben sa don Fervido, pastore delle anime di quella gente, che ogni anno si reca sul luogo della disgrazia, in solitudine, a celebrare una messa in ricordo dell’evento. Dal quale ci si sta appena riprendendo, e con fatica, quando un altro evento luttuoso - e parimenti tragico - si abbatte sulla comunità: nel bosco di proprietà di Santo Carlassara un bambino, Américo Gaigher, viene trovato impiccato. Omicidio? Suicidio? O si tratta di un malaugurato, orribile incidente?
Gran bel noir questo di Gian Domenico Mazzocato, basato su fonti documentarie (i diari di don Fervido, la “Gazzetta di Treviso”, riportate nel testo con impaginazioni e stili diversi), ricostruite in una narrazione che, di quando in quando, vira al gotico e ricorda le atmosfere claustrofobiche e gelide di La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati. Come nella figura di Maria Ultima, donna che “aiuta i moribondi a compiere l’estremo passo”. Ma si tratta a tutti gli effetti di una vicenda giudiziaria, il cui fine è fare luce - ammesso che la verità, in questi casi, esista davvero - sui responsabili e sui moventi; caratterizzato da un buon uso del dialetto locale e da una notevole aderenza al territorio e alle sue prerogative, soprattutto naturali.

 

 

 
 
 
 
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