Delitto a villa Fedora

Delitto a villa Fedora

Liliana Fusco, nuora del famoso scenografo Alberto, ha proseguito il suo compito anche dopo la morte di lui, passando dall’essere la sua assistente personale a custode e archivio vivente sia della casa romana dello scenografo (ricca di oggetti di pregio e di storia), sia del suo lavoro. La villa è stata inserita in un documentario che stanno girando sul cinema e i suoi protagonisti e Liliana sta passando il suo tempo a controllare che gli operatori, il regista e i tecnici vari dopo aver spostato tutto per esigenze di scena rimettano gli oggetti al loro posto e soprattutto che, magari inavvertitamente, non sparisca nulla. La sera in cui morirà, Liliana sta controllando quanto è stato usato e spostato quel giorno, ha davanti ancora qualche ora prima che la figlia Magda la vada a prendere per cenare insieme. Sente dei rumori, ma in una vecchia casa è cosa abbastanza normale, decide comunque di scendere a dare un’occhiata… ed è l’ultima cosa che fa. Quando la figlia arriva e vede tutte le luci accese senza che la mamma risponda, si precipita in un bar vicino per chiamare la polizia. La povera donna è stata letteralmente massacrata. Il volto ridotto a una poltiglia informe. Non sembra facile l’indagine per il commissario Chantal Chiusano, da poco trasferitasi a Roma, non ci sono segni di effrazione e a quanto sembra non manca nessuno dei preziosi oggetti della casa. Una violenza simile sembra indicare che si dovrà cercare qualcuno che ha nascosto molto bene il suo odio…

Letizia Triches non è un nome nuovo per gli amanti del giallo: laureata in lettere moderne con specializzazione in storia dell’arte, ha fatto delle sue passioni artistiche, nelle loro innumerevoli declinazioni, lo sfondo dei suoi romanzi. In questo protagonista è la cosiddetta settima arte, ossia il cinema. La vittima è infatti legata a doppio filo con un famosissimo scenografo che in qualche modo durante la sua carriera ha coinvolto nel suo lavoro tutta la famiglia. La trama è buona, molto buona, il linguaggio è chiaro e corretto, senza la pretesa di uno stile che sia marchio di fabbrica, ma piacevole: lo sottolineo perché purtroppo capita spesso di trovare trame deboli che cercano di farsi supportare da linguaggi che vogliono essere innovativi o comunque distinguibili. Quello che fa la differenza è l’ambientazione temporale, abbastanza vicina da essere confusa con l’oggi ma abbastanza lontana da non contemplare moltissimi degli oggetti che oggi ci sembrano indispensabili. Il primo campanello suona nell’orecchio del lettore quando la figlia della vittima, per chiamare i soccorsi, deve entrare in un bar e usare il telefono fisso. Ci si chiede perché non usi il cellulare e solo dopo qualche pagina ci si rende conto che non lo usano nemmeno i poliziotti né nessun altro. Siamo nel 1992. Ecco come la Triches ci accompagna in un’indagine che, nella migliore tradizione del giallo classico, si basa più sull’intuito e le deduzioni degli inquirenti, il proverbiale consumo delle suole alla ricerca di prove che supportino le idee. Un romanzo senza DNA, telecamere di sorveglianza e computer, una sfida decisamente vinta.



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