Di chi è Anna Frank?

Di chi è Anna Frank?

Anne Frank sarebbe diventata una scrittrice di successo. Il talento l’aveva nel Dna. E se non fosse stata vittima di un tragico destino, non avrebbe certo scritto quel diario celebre in tutto il mondo ma forse opere di tutt’altro genere e tipologia ma di altrettanta levatura letteraria. Non lo potremmo mai sapere perché Anne è morta a nemmeno 16 anni di tifo, dopo essere stata deportata a Auschwitz e trasportata, con la sorella e almeno altre 3500 donne, su un carro bestiame da Auschwitz a Bergen Belsen in condizioni disumane e fu tra le tante che non sopravvissero. Nel suo diario Anne racconta il periodo che lei e la sua famiglia trascorsero in clandestinità, assieme ai Van Pels, per sfuggire ai campi di concentramento, fino al 4 agosto 1944, quando la Gestapo fece irruzione per poi deportarli. Non racconta l’Olocausto, ma ciò che nel microcosmo di questa famiglia ebrea l’ha preceduto. “Una storia non può definirsi tale se manca il finale. E poiché non c’è un finale, la storia di Anne Frank, nei cinquant’anni trascorsi dalla prima pubblicazione del Diario è stata censurata, distorta, tramutata, tradotta, ridotta; è stata resa infantile, americana, uniforme, sentimentale; è stata falsificata, volgarizzata, e, di fatto, spudoratamente e arrogantemente negata”. Il Diario è considerato da tutti uno delle opere più importanti relative alla Shoah. Ma di questo, in concreto non parla. Racconta gli anni dei Frank nel suo alloggio segreto, sfuma sul finale lasciandoci nell’angoscia di un epilogo che sappiamo per sentito dire, non dalle parole della sua autrice e protagonista. “Nel celebrare gli anni di Anne nell’alloggio segreto, la natura e il significato della sua morte sono stati, in effetti, impediti. La scrupolosa lente del Diario è irrimediabilmente opaca verso l’esplicito e tragico destino della sua autrice – e questa opacità, replicata soprattutto nei giovani lettori, ha portato alla spudoratezza”...

Cynthia Ozick, scrittrice e saggista, vincitrice del National Book Critics Circle Award, finalista al Premio Pulitzer e al Man Booker International Prize, con questo piccolo libro, lucido, disincantato e “politicamente scorretto” decostruisce un’immagine diventata simbolica per il ricordo della Shoah. Uscito per la prima volta il 6 ottobre 1997 sulle pagine del “New Yorker”, ripubblicato da La Nave di Teseo all’inizio di quest’anno, il saggio si sofferma su Anne Frank e il suo diario e sulla lettura a suo avviso eccessivamente buonista che ne è scaturita relativamente alla depravazione e alla ferocia del nazismo. “Se sopporteremo tutto questo, e alla fine ci saranno ancora ebrei, un domani gli ebrei non saranno più proscritti ma daranno il buon esempio. Chissà, forse sarà ancora la nostra fede a insegnare il bene al mondo, e quindi a tutti i popoli, e per questo, solo per questo, noi dobbiamo soffrire...Dio non ha mai abbandonato il nostro popolo; nei secoli ci sono sempre stati ebrei, e hanno dovuto soffrire, ma nel frattempo sono anche diventati più forti”, sono passaggi come questo che la Ozick mette particolarmente sotto accusa. Dal suo punto di vista è come se un alone di buonismo avesse nel tempo ammantato l’opera della giovane Anna, andando a sminuire la condanna durissima del più vasto e doloroso genocidio della storia contemporanea. Una visione drastica, che fa sicuramente riflettere ma nel contempo fortemente ‘tranchant’, andando a toccare in modo duro e a volte perfino brutale quella che davvero è una figura entrata nel cuore e nei ricordi di tutti noi. Sul banco degli imputati la Ozick mette spesso Otto Frank, il padre di Anne, sopravvissuto ai campi di concentramento, che si adoperò per dare alla stampa il diario; ne critica il lavoro e l’approccio da cui secondo lei deriva questa lettura per lei eccessivamente “morbida” del nazismo, le diverse stesure, i ritocchi che hanno finito, a suo parere, per insistere in maniera consolatoria e deleteria sulla bontà umana, in uno scenario in cui invece il male è stato totale e totalizzante. La scrittrice ripercorre le vicissitudini editoriali, ne sottolinea storture, strumentalizzazioni e censure, punta il dito contro appropriazioni scorrette e “santificazioni” di comodo. Una visione che fa riflettere ma a volte, forse, eccessivamente punitiva contro un’opera che comunque ha segnato la formazione di tanti giovani e che da’, a modo suo, una lettura, vuoi parziale, vuoi incompleta, di una tragedia di cui tutti quanti dobbiamo custodire e coltivare la memoria. Mai come adesso, forse, in un mondo in cui sembrano acuirsi con sempre maggior forza rigurgiti xenofobi e paiono sedimentarsi nel pensiero di molti. E per avere radici forti che non li facciano attecchire, servono anche i simboli, serve anche il diario di un adolescente che guardava al futuro forse con troppa fiducia negli altri, certo con tanta speranza, quella che senza alcun diritto le è stata strappata via per sempre.



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