Di chi è questo cuore

Di chi è questo cuore

Roma, Villaggio Olimpico. Quando gli viene diagnosticata un’anomalia cardiaca che gli impedirà di continuare un’attività sportiva ad alti livelli, l’uomo comincia un percorso interiore, un viaggio che inizia dal suo cuore e si muove attraverso tutto il corpo, tocca quello degli altri per finire di nuovo nella propria testa, che partorisce libri e articoli di giornale. La nuova condizione, la limitazione che di fatto stoppa una parte del suo essere, apre per lui una porta che conduce a un antro buio. In realtà è un uscio verso l’esterno, verso le persone che già conosce o che sfiora appena durante le sue passeggiate. Il suo quartiere, la città di Roma, i luoghi in cui si sposta per le presentazioni o le conferenze, ora hanno qualcosa di diverso. La luce che le colpisce, il buio che ne definisce le ombre ha un altro aspetto. Così come le persone che lo circondano non sono, in un certo senso, le stesse di prima. E non solo gli amici scrittori, attori o famigliari, ma anche il barbone che incontra ogni giorno, e che lui ha sempre chiamato Arcimboldo, sono spunti, vene dalle quali estrarre parole come se fossero medicine per il cuore. Però il viaggio non è una linea retta e non sempre si sale verso l’alto e verso il chiaro. Spesso si devono affrontare le discese, si precipita nei meandri del proprio Io che risiede nei gangli del petto, ai bordi di certi baratri nei quali la mente può cadere e partorire immagini strane, ossessioni, tentazioni o curiosità morbose, come quelle partorite dalla storia del povero studente, precipitato da una finestra di un albergo milanese durante una gita scolastica. O come l’uomo grasso che viene in casa sua, che lo possiede, lo istiga, lo stuzzica. Chi è, e perché lui gli dà retta? E poi la scrittura. La definizione di un attimo che si espande e diventa racconto…

Nel raccontare del protagonista, ci pare che Mauro Covacich si specchi. E nello specchiarsi risponda alla domanda di qualcuno che gli sta accanto: chi sei e cosa vedi? Per uno scrittore significa accendere uno stoppino e poi guardarlo bruciare lentamente e, nel tempo che occorre alla candela per consumarsi, lasciare la propria testa libera di correre e raccontare quel che, durante la corsa, vede. Del corpo e della mente, qui si sta parlando; del corpo di cui è fatta mente, che reagisce con una subdola e sottile violenza al fermo obbligato; dello sviscerare, sezionare, osservare ossessivamente quel che è rimasto sul piatto. L’anomalia cardiaca spinge lo scrittore ad aprirsi il petto, a sognare il proprio torace divelto, e considerare non solo il muscolo gonfio di sangue, ma anche tutti gli altri organi che compongono il palazzo che la mente e l’anima abitano. Dove albergano non solo fibre, nervi e ossa ma anche sentimenti, emozioni, voglie, fobie, paure. Stanno in una sorta di dispensa, dalla quale la sua testa attinge. Leggendo questo romanzo, si ha l’impressione che non debba essere stata una facile scrittura e che per Mauro Covacich si sia trattata piuttosto di una sfida - una gara podistica? - con un solo concorrente. La corsa della narrazione, o la narrazione in corsa, ha portato Covacich a fare un viaggio dentro la propria vita, dandocela in pasto con coraggio e sprezzo del pericolo. Un coraggio però alla fine ricompensato. Di certo l’inserimento del romanzo tra i dodici finalisti al Premio Strega 2019 non è il traguardo finale, ma è sicuramente un segnale, se vogliamo un sintomo, della buon passo tenuto dal corridore.



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