Di male in peggio

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Le infermiere di notte conoscono bene l’insofferenza di chi giace, controvoglia, nei letti d’ospedale. Del resto anche le infermiere, come i medici, non possono farsi impressionare dalle lacrime o dalle insofferenze dei singoli pazienti, pena un lavoro che diventerebbe assai difficilmente sopportabile sia in termini professionali sia in termini riduttivamente ‘umani’. Controvoglia, ma con pazienza, si frequenta la scuola per infermieri: e lì si impara a convivere con corpi e dolori, con medici e infermieri. I linguaggi di ognuno sono diversissimi tra loro e presto si impara a distinguere il sussurro di conforto dallo stridulo rimprovero senza compassione. Ieri notte, l’infermiera si è chinata sul paziente e gli ha parlato. La sua voce gutturale lascia al paziente la facile immaginazione della condizione attuale dell’infermiera: tumore alla laringe, corde vocali semi distrutte. Quel “gutturale” è tutto quel che rimane della voce della poverina, non benestante e, per questo, costretta a sfiancanti turni di notte. Quando arriva il mattino, l’infermiera saluta e se ne va. La notte sussurra sul gutturale per non disturbare i dormienti… Ortensia Sarpi ha sposato Luigi Dentice, di professione meccanico. Ora lei porta il cognome di lui. Nel suo ambiente di lavoro Luigi è molto apprezzato come bravo meccanico di auto coreane di piccola e media cilindrata, che ha un segreto nascosto nell’olfatto: tra il diesel e la benzina, Luigi preferisce quest’ultima, forse a causa dei ricordi di quando era piccolo. A quel tempo la sua mamma con la benzina Avio toglieva le macchie da ogni tipo di tessuto. Ora, insieme alla fede matrimoniale, al momento del connubio, Ortensia ha avuto in dono anche una nuova identità: ora è per tutti la “Signora Dentice”…

Chi si attendesse, da un volume di novelle, delle storie – nel senso proprio del termine – brevi, o lunghe sequenze di episodi ben organizzati e distribuiti su di una linea logica e cronologica, beh resterebbe ampiamente deluso da questo suggestivo caleidoscopio di parole quasi slegate e indipendenti da ogni consequenzialità logico-narrativa: l’ordine narrativo di Orsenigo sta tutto nella sua scrittura, tesa e sempre lucida, mai piegata ad effetti di retorica o di esibizione vocabulistica, eppure l’unica a reggere in piedi quei “racconti” che, senza una tale sapienza di scrittura, si affloscerebbero su se stessi come sacchi vuoti. Una scrittura, dunque, che può deludere moltissimo, se ci si aspetta di leggere delle storie; che può appagare moltissimo, se si intende degustare una buona dose di scrittura.

 


 

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