Di nessuna chiesa

Di nessuna chiesa
Chi vuole combattere il relativismo dovrebbe conoscerlo bene, ma purtroppo questo spesso non accade. Sbaglia Joseph Ratzinger a definirlo un “lasciarsi portare qua e là da ogni vento di dottrina”, sbaglia Marcello Pera a sospettare di una filosofia che orienta, a suo dire, “non tanto alla tolleranza quanto all’arrendevolezza e più alla resa che alla consapevolezza”. In linea di principio, se sussistono ragioni per credere nella bontà di una idea, devono essercene altrettante a sostegno del contrario. Una affermazione di buon senso che qui viene argomentata chiamando in causa talenti filosofici del calibro di John Stuart Mill e Baruch Spinoza, tra i primi. Il fermo relativista rigetta del tutto l’arrendevolezza, inneggia casomai al confronto ed allo scontro, perché solo dalla sistematica attitudine a mettere in dubbio possono nascere semi fecondi. Al bando qualunque forma di dogma, quindi, di qualsiasi natura: religioso, politico, etico, ideologico. Anche Karl Popper è chiamato (ripetutamente, nel corso del saggio) a dare il proprio contributo “Non credo all’opinione diffusa che, allo scopo di rendere feconda una discussione, coloro che vi partecipano debbano avere molto in comune”. Ma quale paralisi, quale perplessità: il relativista è un perenne combattente. Ne sa qualcosa Galileo Galilei, che riteneva la critica un “lievito per la crescita della conoscenza”. E se una tale concezione fallibilista del sapere appartiene ad un tale uomo di scienza, non c’è da stupirsi che abbia attraversato i secoli per arrivare alle pagine di Charles Sanders Pierce. Il fallibilismo è scientifico nell’accezione più moderna del termine, è metodo, è sistema, è “un’opzione filosofica”. La questione non è pura speculazione: scelte filosofiche e decisioni pratiche sono spesso strettamente collegate. Così accade per esempio che, in un contesto tutt’altro che speculativo quale la fecondazione assistita, si possa arrivare a preferire una acritica accettazione del destino (o di Dio, secondo le convinzioni) piuttosto che assumersi la propria responsabilità mettendo in discussione il credo…
Il saggio procede con rigore, “scomodando” una quantità di autori e pensatori della storia recente e lontana, una vera biblioteca del relativista. Il rifiuto di ogni deità costituita è esplicito, del resto l’ateismo metodologico di Giulio Giorello è dichiarato in molta della sua ricca bibliografia.  Certamente si tratta di una lettura che risulta più piacevole per chi del tutto o in parte sposa le convinzioni individualiste, atee e libertarie espresse nel testo; qualche mal di pancia però potrebbe sorgere anche in chi ha sposato dottrine assolute. Eppure anche per questo Giorello ha una cura, che anticipa con le parole di Thomas Jefferson “I legittimi poteri di governo si estendono solo a quegli atti che recano offesa agli altri”. Di nuovo, dalla speculazione filosofica alla vita pratica: l’applicazione di un metodo fatto di indifferenza e tolleranza sostanziali. Un messaggio filosofico ed umano di straordinaria lucidità, pensato per (ed innescato da) i tempi in cui viviamo, uno stile veloce e semplice che avvicina anche il lettore meno avvezzo alla lettura filosofica, troppo spesso relegata ai banchi delle Università.

 

 

 

 
 
 
 
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