Di niente e di nessuno

Di niente e di nessuno
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Palermo. Per la precisione, Brancaccio. Rosario è un adolescente con la passione per la mitologia classica e il mare. Viene da una famiglia devastata, composta da un padre cinico e bugiardo che nel suo negozio di integratori per sportivi gestisce uno smercio illecito di sostanze stupefacenti e da una madre remissiva e completamente dedita alla famiglia. Una dedizione che si ferma momentaneamente solo quando la donna si dedica a lucidare il trofeo di nonno Rosario, quello vinto come miglior portiere, prima di morire prematuramente nel terremoto del Belice. Ed è proprio per fare felice la madre e realizzare i suoi desideri mai espressi, che il giovane Rosario decide di giocare come portiere nella squadra di quartiere. Questo segna l’inizio di un percorso, del passaggio all’età matura, passando per pestaggi, innamoramenti, violenza e menzogna. Tutti elementi da sconfiggere per emanciparsi…

Con Di niente e di nessuno Dario Levantino non scrive un’opera letteraria, ma un’opera sociale. Il palcoscenico è Palermo, con i suoi (peggiori) rioni e con tutte le sue contraddizioni. Territorio di tutti e di nessuno, composto da quartieri-città, ciascuno con un proprio popolo, con delle regole non scritte, fatti di dinamiche tramandate di generazione in generazione. Luoghi in cui l’unica alternativa per sopravvivere sembra l’adattamento, oltre che la mera accettazione. Ed è per questo che tutti si adattano. Ma Rosario, il giovane protagonista del romanzo, non ci sta. «Iu un mi scantu di nenti e di neddu», ovvero «Io non ho paura di niente e di nessuno». È questo che risuona continuamente nella sua testa: l’eredità del nonno Rosario, suo modello di vita. Sì, perché di suo padre c’è poco da prendere in considerazione. È così che la scelta di entrare come portiere nella squadra di quartiere diventa l’occasione, l’unica, per diventare grande. Con tutte le difficoltà del caso, amplificate da un contesto sociale tutt’altro che accogliente. Con uno stile quasi verista, fatto di dialetto risollevato a lingua letteraria, Dario Levantino ci accompagna nel percorso di maturazione del giovane Rosario, senza risparmiare tutti gli intoppi del passaggio da “picciutteddu” a uomo. Un passaggio a dir poco epico.



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