di notte

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Monaco di Baviera, sempre di notte. “Di notte non dormo. Cammino per le strade e sbircio oltre le finestre illuminate nella vita degli altri”. È giovane, una casa sua sembra non averla; non ha nemmeno un nome, in realtà, e se qualcuno glielo chiede ne inventa uno al momento. Di sé non racconta molto altro e quello che ripete sulla porta a chi le apre è sempre la stessa cosa, che è una ricercatrice, “che faccio una ricerca sulla notte e sullo stare svegli, e per questo cerco chi, di notte, ha ancora la luce accesa”. Inventare che si tratta di una indagine le consente di essere più rassicurante e di non essere scacciata dalla persone, e tutti – qualcuno appena infastidito, molti stranamente di buon grado – la accolgono in casa e, di solito per una mezz’ora, si lasciano andare a raccontare di sé, delle proprie notti inquiete, frammenti di storie condivise con una sconosciuta. “Le finestre con la luce accesa diventano sempre meno col passare delle ore. Le conto. Mi attraggono. Quelle buie invece no, mi fanno paura. I dormienti, nel loro oblio, mi fanno venire la pelle d’oca. Per questo mi oriento verso chi sta sveglio”. Un lunedì, alle 4 e 34 sarà Adele ad aprirle, zuppa di pioggia, le offrirà del vino, le parlerà delle sue notti cambiate da quando è nato Castor, il suo bambino, chiamato così in onore di nonno Pollux. Un sabato, alle 3 e 28, le aprirà Alberto, panettiere in pensione che, mentre sua moglie dorme nella stanza accanto, le offre di assaggiare le piantine che coltiva sul balcone e che lei chiama erbacce, che si annoia e spesso consegna giornali per godersi la calma meravigliosa delle sveglie mattutine. Un giovedì, alle 3 e 12 sarà Hanna, la giovane donna in accappatoio che “non dice fesserie” come “la maggior parte della gente”. Le racconta dei suoi genitori “che credono a tutto quello che gli racconto perché in realtà non gli interessa”. A lei “basta starmene da sola tra le dieci di sera e le cinque del mattino e poi dormire fino alle dodici. Nel tempo che rimane faccio qualsiasi cosa”. E poi Maria, Daniel, Fedora, Egon, Aziz, David e altri ancora, notte dopo notte, racconto dopo racconto…

Romanzo d’esordio della nemmeno trentenne freelance Mercedes Lauenstein, autrice di saggi e reportage per diversi giornali tedeschi, di notte raccoglie venticinque dialoghi, corrispondenti ad altrettanti brevi capitoli, nei quali una ragazza senza nome cerca di rispondere ad un’unica domanda: che cosa c’è dietro ogni finestra che resta illuminata nelle buie notti di Monaco? Le risposte che ottiene sono brandelli di storie, diverse per età, sesso, cultura, condizione economica e sociale di coloro che le raccontano. Di solito della notte si racconta il suo aspetto più frivolo e festaiolo – ha raccontato l’autrice in una intervista – invece lei è più interessata a quello “più intimo e meditativo”. Secondo lei “la notte è un momento poetico, ma anche filosofico in cui si è davvero soli con se stessi”. Il tassista Gustav, che si prende cura da anni da solo di suo suocero, dice alla ragazza: “Mi piace perché di notte si vede quasi tutto più chiaramente che di giorno. Il che a dire il vero è in contraddizione col fatto che di giorno c’è più luce”. E per molti è davvero così, tutto sembra più chiaro e allo stesso tempo ci si sente più scoperti, nudi, e disposti ad abbassare ogni difesa. I racconti dei venticinque insonni sono spesso surreali, sopra le righe, addirittura folli in un paio di casi; quasi sempre parlano di solitudini, paure; più volte dicono di storie di amore finite che lasciano smarriti e confusi. L’irrequietezza e l’inquietudine dominano, come fossero patrimonio indissolubile della notte stessa, eppure di notte (da notare il titolo del romanzo in minuscolo, come fosse una indicazione temporale incidentale in un discorso) è più facile parlare. La quasi anomala disponibilità ad accettare di parlare con una sconosciuta che bussa alla porta nel cuore della notte da una parte suona irreale – chi mai si fiderebbe davvero e sarebbe disposto ad aprire la porta di questi tempi – ma dall’altra fa venire in mente come questa iperbole narrativa adombri le conversazioni che a molti capita di fare, pare, per esempio nelle chat, proprio durante le ore notturne quando la vita quotidiana intorno dorme. Il punto di vista, in questo caso, è forse ribaltato, più che altro il bisogno non è tanto di sapere dell’altro quanto di raccontarsi, ma di certo le situazione hanno qualcosa in comune. Questo è sicuramente un romanzo originale che nasce da una bella e felice intuizione; il merito di Voland, ancora una volta, è quello di individuare e proporre scritture interessanti ai suoi lettori. In aggiunta, un ulteriore plauso per la scelta di mettere nella bella copertina il nome della traduttrice. Dispiace soltanto che a conclusione al lettore rimanga una vaga sensazione di incompletezza, come se non fosse scattato qualcosa, come se a mancare fosse quel quid indefinibile che avrebbe reso di notte davvero speciale, come le aspettative promettono. Ma potrebbe certamente essere una sensazione personale e soggettiva; resta un bel romanzo da leggere, consigliato soprattutto a chi pensa che la notte abbia una dimensione privilegiata, così feconda e suggestiva che è davvero un peccato “sprecarla” dormendo.



 

 

 

 
 
 
 

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