Di notte sognavo la pace

Di notte sognavo la pace
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Rotterdam, 1941. Carry Ulreich vive la tipica vita di una ragazzina della sua età: frequenta diverse e amiche e amici, c’è chi le è più in simpatia e chi meno, viene invitata alle feste e fa parte del consiglio direttivo di un’associazione. Nonostante la guerra sia iniziata da quasi due anni, cerca di vivere in maniera quanto più possibile normale. Un giorno, tuttavia, torna a casa e i genitori la informano che d’ora in avanti hanno l’obbligo di appuntare la stella di David su ogni vestito che indossano. Suo padre è un sarto, fare ciò che viene ordinato non è un problema. Dopo qualche tempo, al padre viene proibito di svolgere la sua professione, così come a molti altri uomini e donne ebree. Devono limitare le ore in cui uscire di casa, frequentare solo scuole ebraiche e interrompere ogni attività associativa. Possono mangiare solo le razioni che riescono ad acquistare con tessere e bollini. Si comincia poi a vociferare di ebrei prelevati dalle loro case, di giorno e di notte, e che non fanno più ritorno. Carry e la sua famiglia viene così accolta dagli Zijlmans, una famiglia cattolica di Rotterdam, che mettendo a rischio la propria incolumità li tiene nascosti nella propria casa. È in tutto questo lungo arco temporale che Carry confida ai suoi diari ogni evento, ogni preoccupazione, ogni barlume di speranza che presto o tardi tutto questo finisca...

Lei stessa si è autodefinita “l’Anna Frank di Rotterdam”, oppure “l’Anna Frank che è riuscita a sopravvivere”. Sono molte le caratteristiche che accomunano le due ragazze: l’età, la nazionalità, il background familiare e religioso. La prima, sostanziale differenza sta nel fattore tempo: Carry è scampata alla deportazione e ha potuto fare ciò che ad Anna non è stato concesso, ossia dare alle proprie memorie un inizio, uno svolgimento e una fine. Sono due opere complementari, in un certo senso. Chi ha apprezzato la prima, magari letta anni fa, troverà piacevole anche la lettura della seconda. I diari restituiscono i tipici momenti di vita di un’adolescente - in tutta la loro monotona e prevedibile noia, a tratti - ma anche e soprattutto la potente narrazione di come il nazismo si è fatto strada in Olanda, e le difficoltà di vivere nascosti per lungo tempo, senza poter sapere cosa è accaduto ai parenti e amici “là fuori”. Nell’introduzione di Bart Wallet (che ha curato l’adattamento dei diari su mandato dei nipoti di Carry), scopriamo che i ragazzi e ragazze menzionati nella prima scena del libro sono morti. Iniziamo la lettura con questa consapevolezza, che ci porta a un più profondo livello di attenzione. Se Carry non avesse ricevuto un taccuino in regalo per il compleanno, la memoria di tutte le persone che hanno accompagnato i suoi anni a Rotterdam sarebbe scomparsa insieme a loro.



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