Di qua dal paradiso

Di qua dal paradiso
Sin da bambino Amory Blaine era irresistibile. Capelli biondo ramato, occhi grandi e incantevoli, immaginazione fervida e perfino dotato di un certo gusto per gli abiti eleganti. Aveva preso molte caratteristiche da sua madre Beatrice, una di quelle donne che avevano saputo cogliere l’essenza dell’eleganza e della raffinatezza. Decisamente diverso suo padre Stephen, un uomo dabbene, mai particolarmente deciso o risoluto, sempre impegnato a far quadrare i conti di una famiglia viziata e capricciosa. Amory, nei primi anni della sua vita, crebbe come un principe, venendo assecondato  nei propri desideri e nelle proprie inclinazioni, affinando giorno per giorno la sua brillante favella e il suo ricercato stile di vita. Non si stava assistendo alla formazione di una persona ma alla nascita di un personaggio …
Di qua dal paradiso, opera prima del cantore dell’età del Jazz Francis Scott Fitzgerald, torna in libreria con una nuova, frizzante traduzione curata dalla scrittrice Veronica Raimo. Romanzo travagliato e intenso, intriso di riferimenti autobiografici, rappresenta il primo tentativo dell’autore statunitense di affermarsi come scrittore in un periodo storico che ad alcune fra le menti più eccelse del secolo alternava una preoccupante orizzontalità e commercialità dei gusti letterari. Fitzgerald venne presentato come una via di mezzo; fa sorridere oggi la promozione  che fece all’epoca la Charles Scribner’s Sons a proposito di questo romanzo, definito “Un libro sulle flapper, scritto per i filosofi”.  Come mettere insieme le fanciulle un po’ disinibite e vanesie dell’epoca con i filosofi, i maestri del pensiero arroccati dietro i loro baffoni spessi intrisi di tabacco? Fitzgerald sembrò avere la ricetta giusta: una parte di ragazze bellissime ma estremamente frivole; due parti di formazione letteraria in grado di spaziare con estrema facilità da Eschilo ai propri contemporanei; una parte di  yuppies ante-litteram e per finire uno spicchio d’arancia di vita vissuta che, si sa, col cocktail “è la morte sua”; shakerare il tutto ed ecco Amory Blaine, ovvero come saper distillare attraverso gli occhi di un solo personaggio gli sconvolgimenti economici, politici e sociali della Belle Époque. Il protagonista, che a una lettura superficiale sembra essere solamente un Premio Oscar (Wilde) del dandismo, è in realtà lo specchio tragico e fedele di una società tachicardica che ostenta il proprio libertinismo nascondendo le briciole dell’ipocrisia vittoriana sotto il tappeto (o meglio, facendole nascondere alla domestica); una società travolta dal relativismo dei valori in cui il vessillo clericale inizia a vacillare sotto i colpi dei primi germi superomisti e delle patriottiche rese dei conti su scala mondiale. Amory vede tutto ciò con occhio disinteressato; del resto lui è solo un ragazzo di buona famiglia che ha deciso di vivere come i protagonisti dei suoi romanzi preferiti e dedicando quindi la maggior parte del tempo al culto di se stesso. È un egotista attorno al quale vorticano i cambiamenti radicali di un’epoca intera fatta di promesse mantenute a metà ed è a questo punto che Amory diventa un egotista fallito, un outsider consapevole della propria incapacità di adattarsi al mondo di cui per tutta la vita ha cercato di far parte. Il suo personaggio si scontra con i meccanismi chiusi di una società bigotta e venale, solo apparentemente nuova e aperta al cambiamento; egli allora si autodefinisce “idealista cinico”, rendendosi conto che vivere da ricchi tutti insieme non era altro che una costosa chimera e solamente sognarlo non avrebbe avuto alcun costo, monetario o umano.

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