Via di qui

Via di qui
Sono undici indirizzi. Punti di partenza o di arrivo, di transito o di sosta. Sono vie ma soprattutto sono case. E dentro a queste case si condensano destini - privati per lo più - così come si conviene agli spazi “interni”. La casa è l’involucro, è l’imballaggio di storie che finiscono, di fantasmi che vengono ogni sera a trovarci per bere un bicchiere di vino insieme a noi, può diventare il luogo di un delitto o di incontro per amanti abusivi, un gioco (la vecchia casa di Barbie, quella con l’ascensore), o lo spazio nuovo dove cominciare a vivere. In una di queste case vive Achille, un ex pugile solo e disturbato, ogni sera ha un appuntamento che per nulla al mondo mancherebbe. Dall’interno della sua casa Achille spia Aurora, la ragazzina del palazzo di fronte. Aurora ha 16 anni e ogni giorno si masturba seduta alla scrivania della sua stanza. Achille la guarda dalla finestra, la “accompagna” in questo rito quotidiano, protetto nella solitudine della sua casa. Non chiede molto, non chiede altro. Peccato per quel maiale bianco che Achille ha cominciato a vedere all’improvviso, candido simbolo della sua follia e peccato che la madre di Aurora lo abbia visto mentre spiava sua figlia che, coda di cavallo e zaino sulle spalle, ogni mattina da un po’ di tempo si lascia baciare da un coetaneo rozzo e insignificante. In un appartamento a Via dei Fienaroli ogni mercoledì dalle 6 alle 9 un uomo e una donna si incontrano: per suo marito lei è a una lezione di yoga, per quel dolore alla schiena che non le passa. Diego invece non ha più bisogno di mentire: ha lasciato sua moglie. Non nascondiamoci più. “Usciamo?”, le chiede. Ma sì. Ma sì che possiamo davvero esistere anche fuori da quest’appartamento in subaffitto, in un giorno qualsiasi che non sia il mercoledì. Eppure un destino cinico si è appostato in quella stanza, e aspetta il loro ritorno per spazzare via in un soffio quel senso di felicità precaria. A via Fivizzano, al civico 8, vive Simona Stanghi. Viveva. Ventisette coltellate nel petto e un caso da risolvere per l’ispettore. Che ha smesso di fumare da nove anni, tre mesi e ventisei giorni e che tra due settimane andrà in pensione. L’ultimo caso della sua carriera, un omicidio senza movente, un ottimo motivo per ricominciare a fumare...
Una raccolta profondamente romana eppure universale questa di Federica De Paolis, che dopo l’esordio con il romanzo Lasciami andare, si affida alla forma breve per dar vita a una narrazione molto spesso ad effetto, una specie di sovvertimento che arriva al lettore nel giro di poche righe, sul finire di ogni racconto. Come se una delle finestre di casa si aprisse tutt’a un tratto, facesse entrare una folata di vento, che scompiglia tutto: fogli, polvere, oggetti. E dopo niente è più come avevamo immaginato che fosse. E’ quello che succede ai protagonisti degli undici racconti e, contestualmente, succede a chi legge. Federica De Paolis riesce a far procedere insieme ciò che è scritto con ciò che prova il lettore, come se il suo binario fosse lo stesso su cui viaggia il protagonista: sono i medesimi i sobbalzi, medesimi i deragliamenti o gli scambi ben riusciti. Dialoghi veloci e periodare breve, spesso concitato, accompagnano il lettore per mano per poi, improvvisamente, lasciare la presa o sollevarlo. Spiazzante. E bello.

Leggi l'intervista a Federica De Paolis


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