Di sé con gli altri

Di sé con gli altri

Il giorno in cui l’io narrante si ritrova ad A., borghetto montanaro di circa duemila anime, è già un uomo fatto e tuttavia non sa come si chiami, né quanti anni abbia, né come sia arrivato sin lì: è amnesico, confuso e docile. Buio pesto. Ad accudirlo e addestrarlo (stavo per dire: addomesticarlo) è la matta del villaggio, Annina. Annina vive isolata dalla comunità, ritrosa, schiva ed esclusa, e in generale è mortificata da una pessima fama – e tuttavia accoglie quel povero disgraziato con una certa naturalezza, e cerca di insegnargli tutto quel che può: come può. Così, quando in paese, un giorno, l’io narrante fa capolino, vestito da donna – così come Annina lo ha abituato, con suprema disinvoltura – e incapace di dare le proprie generalità (generalità che, d’altra parte, non ricorda) subito viene intercettato e interrogato da una guardia. È uno smemorato che deve ricominciare a imparare tutto, a partire dalle cose più elementari, oppure è “un essere più complesso e nello stesso tempo più semplice dei miei simili”? Non sa rispondersi: non sa rispondere. La guardia, a quel punto, lo porta prima dal maestro di scuola, poi dal prete del paese. Parlotta fitto con loro, l’esito è che per diversi giorni il narratore si ritrova a dormire in un interrato con l’inferriata alla finestra, fra la chiesa e la canonica, mentre il prete cerca di capire da che lato prenderlo, invano. La guardia ritorna, confabula col prete e decide di portare l’amnesico dal sindaco. Il sindaco non sembra interessato a conoscere la sua identità: è intenzionato ad affidarlo al maestro perché possa aiutarlo ad orientarsi in quel mondo, quello è un buon punto di partenza; l’altro è decidere un buon nome da dargli. Giorgio: Giorgio Di Giorgio. Poco importa sia un nome inventato: “Importa quello che sei, e soprattutto quello che pensiamo di te”. Passa qualche tempo. Giorgio, l’amnesico, sta sempre più attento a tutto quel che ascolta e a quel che sente dire di sè; impara in fretta parecchie cose, eccetto la storia e la geografia. Certi concetti, misteriosamente, finiscono per scivolargli addosso: “Mi restavano solo quelle parole che si riferivano alla realtà che vedevo e udivo, impossibile le relative a ciò che era stato e non era più, col quale non avevo contatti fisici”. E così, il sindaco, parlando col maestro, decide di dargli un ruolo particolare nella società: vuole integrarlo nell’organico del Partito. Prima, come portiere di notte. Là, nella sede del Partito, dorme anche: presto s’accorgerà che il Partito è il fondamento di quella civiltà. Nel Partito, di regola, si deve osservare il silenzio su tutto ciò che è strettamente personale e quindi non rientra negli spazi uguali per tutti. Il Partito, ci vede tutti uguali: se non ci fosse il Partito a tenerci in uguaglianza, ciascuno farebbe come crede, con grave danno per gli altri; non si deve dire “io”, ma “noi”, nella misura in cui niente può essere privato: tutto va affidato al Partito. Giorgio Di Giorgio capisce bene l’andazzo e fa passi avanti. Diventa corriere, va qua e là per il borgo a portare dispacci e notizie, perché le sedi del Partito stanno praticamente dappertutto, ad A. Poco a poco, nonostante non abbia nessuna ambizione e nessun desiderio di differenziarsi, la sua carriera spicca il volo, sino a livelli impensabili...

Nel corso degli ultimi vent’anni, abbiamo avuto la fortuna di leggere cinque libri postumi di Stelio Mattioni: il fragile romanzo Tululù (Adelphi, 2002), l’ispirato memoir Memorie di un fumatore (MGS Press, 2009), il mezzo capolavoro, grottesco e politico, Dolodi (Zandonai, 2010) e l’apprezzabile raccolta di frammenti e schizzi Interni con figure (EUT, 2011): la vivacità e la fortuna editoriale postuma dello scrittore triestino, morto nel 1997, è dovuta sia alla ridotta fortuna della seconda parte della sua attività artistica (morto il suo mentore e scopritore, Bobi Bazlen, Mattioni scomparve tutto a un tratto dal radar della Adelphi e si ritrovò a pubblicare per editori decisamente trascurabili; parecchi lavori rimasero, come ormai sappiamo, nel cassetto), sia all’encomiabile dedizione che sua figlia, la letterata Chiara Mattioni, ha sin qua dimostrato all’opera paterna, curando con eleganza e personalità le sue carte e dedicandogli, en passant, una monografia (L’impiegato triestino maestro di storie. Vita di Stelio Mattioni in una città perduta, EUT, 2016). Questo nuovo (ma non ultimo) libro postumo, Di sé con gli altri, è stato scritto nel 1996, un anno prima di andarsene; secondo il professor Magris, questo suo “inedito e inconcluso racconto è incompleto per necessità letteraria e per casualità. È come se fra le sue pagine ci fossero dei vuoti indicibili, che risucchiano la narrazione, e insieme la mancanza di una sistemazione e di una vera e propria storia”: con queste parole Magris ha presentato il libro, in anteprima, per il “Corriere della Sera”, nel settembre scorso, salutando contestualmente la surrealtà di questo lavoro; una surrealtà che, nelle parole dell’augusto critico, “si inserisce in quella tradizione fantastica, puntigliosamente descrittiva e sottolineata di Kubin e di altri, inclini — a differenza di Kafka — a spiegare la realtà oscura piuttosto che a farla vivere nella sua nuda oggettività”. Da un certo punto di vista, si può considerare questo lavoro di Mattioni parte di quella sua produzione “politica” (virgoletto la parola “politica” perché Mattioni, sin qua, non è mai stato esclusivamente politico: sempre “grottesco e politico”, o “stralunato e politico”, mai schiettamente politico; è uno scrittore, è uno che per prima cosa fa letteratura) che prende il via con La stanza dei rifiuti (Adelphi, 1976), trasfigurazione di mezzo secolo di disgrazie, opportunismi e trasformismi triestini, passa per Dove (Spirali, 1997) e s’esalta in Dolodi (Zandonai, 2010, postumo): se già in Dove Mattioni si interrogava sul potere, e sui progressivi disfacimenti della storia, se in Dolodi si ritrovava a fare satira degli improbabili e disumani confini triestini e istriani del secondo dopoguerra, in questo lavoro sembra volersi prendere gioco di certi partiti di massa di limpida origine marxista, e delle loro logiche interne; così come dei giochi di ruolo che si disputano (meglio, si disputavano) in quei contesti, e della stupidità (o, se preferite, dell’ingenuità, o dell’inadeguatezza) dei suoi protagonisti. Il misterioso io narrante amnesico può – come ovviamente e saggiamente già osservato da Magris – far tornare in mente Kaspar Hauser, paradigma che Mattioni non poteva non tenere presente, per prendere ispirazione e per prenderne distanze; tuttavia fa bene la Battocletti a raccontarlo, nella sua introduzione a questo volume, come una sorta di Pinocchio, “una creatura collodiana [...] privo di tentazioni e di propensione al male, come al bene. Estremamente docile, [...] imita gli altri, cercando di conoscere il senso del tempo che non possiede”. È un pinocchio scombinato, grottesco, mattionico. Corredano l’edizione la postfazione di Maria Mattioni e una biobibliografia dettagliatissima, curata da Chiara Mattioni. Quando esce il prossimo Mattioni postumo?



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