Di uomini e bestie

Di uomini e bestie

Edgar Wilson lavora in un mattatoio. Da quando ha perso l’impiego nella miniera di carbone, l’unico lavoro che è riuscito a trovare è quello di storditore nell’azienda del signor Milo: deve tramortire gli animali prima che vengano condotti allo scannamento. “Il suo colpo preciso è un talento raro che racchiude in sé la scienza occulta di trattare con i ruminanti. Se la mazzata è troppo forte, l’animale muore e la sua carne si indurisce. Se l’animale ha paura, il livello di PH nel sangue aumenta, rovinando il sapore della carne”. Un lavoro sporco, che nessuno vuole fare, ma che Edgar porta avanti giorno dopo giorno, animale dopo animale, con una sorta di etica personale. Guarda sempre il bovino negli occhi, accarezzandogli la testa e fischiando lascia la bestia frastornata ed improvvisamente calma. E, solo dopo aver disegnato sulla sua fronte una croce con il pollice sporco di calce, alza la mazzetta e colpisce la fronte con precisione. Adesso è tranquillo, sa che l’animale non soffrirà. Finito il suo lavoro, ogni sera Edgar torna al dormitorio ricavato accanto al mattatoio: “entrambe le celle, quelle degli uomini e quelle delle bestie, sono l’una accanto all’altra, e gli odori, a volte, li accomunano. Solamente le voci da una parte e i muggiti dall’altra distinguono gli uomini dai ruminanti”...

I personaggi che ruotano attorno al mattatoio gestito dal signor Milo sono tutti uomini che vivono ai margini della società: Edgar, che rimasto disoccupato ha trovato come unico impiego quello dello storditore; Zeca, ragazzo disturbato mentalmente e sadico che si diverte a torturare e a macellare le bestie; Erasmo, che ha trascorso tanti anni in prigione. Il mattatoio diventa – in questo splendido e terrificante racconto della brasiliana Ana Paula Maia – metafora della vita umana. Storie di solitudini e povertà, storie di uomini sfruttati. Uomini e bestie che vivono insieme, in capannoni adiacenti, mescolano umori e sudore, provano persino le stesse emozioni e le stesse paure. Persino i comportamenti si assomigliano talmente da confondersi: il capo sbraita “come un bue”, Edgar cammina “mansueto”, il professor Aristeu è “agitato come un vitellino da latte allo stato brado”. Solo Edgar si sente in qualche modo attratto dai ruminanti, si sente vicino a quelle bestie dagli occhi profondi, “con i loro sguardi insondabili e la vibrazione del sangue nella loro corrente sanguigna, che alle volte si perde nei meandri della sua coscienza a chiedersi chi sia l’uomo e chi il ruminante”. Solo Edgar non compie il suo lavoro – decine e decine di animali macellati ogni giorno – meccanicamente, ma cercando di arrecare il minor dolore possibile e seguendo un suo particolare codice deontologico che lo porterà persino ad assassinare brutalmente il sadico Zeca per aver massacrato una mucca. Solo Edgar racconta di aver visto più volte pecore che in punto di morte si inginocchiano e abbassano la testa in attesa del supplizio; a molte giura di aver visto scorrere le lacrime. Edgar è l’unico a capire perché i bovini sfondano a testate la recinzione del mattatoio per andare a buttarsi giù dalla scogliera che si affaccia sul fiume che scorre lì vicino dopo aver lanciato un lungo e straziante muggito. Preparatevi a leggere un romanzo crudo, emozionante, sconvolgente, amaro e difficile da digerire; come forse lo sarà – spero – anche la prossima vostra bistecca, perché “finché ci sarà una vacca in questo mondo, ci sarà sempre qualcuno disposto ad ammazzarla. E a mangiarla...Quelli che mangiano sono molti e mangiano senza mai saziarsi. Sono tutti uomini di sangue, quelli che ammazzano e quelli che mangiano. Nessuno è impune”.



 

 

 

 
 
 
 

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