Diario di un uomo superfluo

Diario di un uomo superfluo
Čulkaturin sente che la morte si sta avvicinando ineluttabilmente: il suo medico gli ha confermato il suo sospetto. Non gli restano che pochi giorni prima di lasciare il mondo che lui conosce. Decide di tenere un diario attraverso cui potersi liberamente raccontare. Nel giro di pochissimi giorni Čulkaturin ricorda la sua infanzia infelice, il suo amore tormentato e non ricambiato per la bellissima e sfuggevole Liza. Tutto si dischiude in questa forbice di sentimenti. Il ricordo struggente per la sua infanzia, per i suoi genitori e il dolore per l’unica donna che abbia mai amato e che non ha corrisposto al suo sentimento. L’uomo si sente “superfluo”, inutile. «Ci sono persone cattive, buone, intelligenti, sciocche, piacevoli e sgradevoli; ma non…superflue. […] Per quanto riguarda me, invece, altro non si può dire se non: superfluo; e fine del discorso. Una persona in sovrappiù: tutto qua»...
Turgenev ha scritto questo romanzo breve alla metà del 1800. La traduzione di Alessandro Niero ci permette – oggi – di rileggere una delle pagine più intense e, probabilmente, meno conosciute, della letteratura russa. Il lettore si trova alle prese con un “classico”. Classica è la forma del racconto: l’uso del diario personale per portare alla luce i dilemmi che lacerano l’anima del protagonista. Classica è l’idea della “malattia” che permette al protagonista di raccontarsi liberamente poco prima di spirare. Classico è lo stile di Turgenev, che con pacatezza ci permette di inoltrarci nel profondo della psiche di Čulkaturin. L’uomo superfluo – ce lo spiega Niero nel suo breve saggio posto in appendice al volume – è l’uomo che non sa adattarsi allo stile di vita del proprio tempo, l’uomo che si sente ai margini di una società di cui non comprende più i meccanismi. Turgenev ci regala uno degli antieroi meglio riusciti nella storia della letteratura russa: al lettore non resta che accomodarsi in poltrona e prendersi tutto il tempo necessario per concedersi una lettura intensa e da centellinare con sapienza, perché nell’economia del racconto tutto è importante: non ci sono parti “superflue”.

 

 

 
 
 
 
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