Diario indiano 1962-1963

Oltre cinquant’anni fa un poeta statunitense, divenuto in seguito il simbolo della Beat Generation, compie un viaggio di due anni in India insieme con il poeta e compagno Peter Orlovsky. Il percorso va oltre le intenzioni socioculturali e si limita a raffigurare una geografia locale mediante le sue stravaganze minime, che sono poi quelle destinate all’inevitabile oblio. Le impressioni annotate sulle pagine del diario, le foto scattate e I versi composti durante il soggiorno non seguono le rotte di un viaggiatore svagato abbacinato dalla consistenza cedevole di una diffusa sensualità fatale, ma mirano ad afferrare usi e costumi. Considerazioni di carattere esistenziale e riflessioni di argomento culturale si affastellano nel costante rimando alle vicende politiche e sociali della patria lontana. Il rovinoso trascorrere di un’esistenza ombrata da un amaro disincanto cede ora il passo all’estremo tentativo di mettere in salvo testimonianze utili, ritrovare nei segni di una stralunato appagamento le ultime radici a cui aggrappare le azioni di un presente sempre più estraneo: “Mente ero coricato lì nel mio familiare corpo, si è verificato come al solito un lieve distacco e sono rimasto al di fuori della mia vita fuggevole a osservarla nella sua luccicante dipartita”. Tra bagliori impressionistici e richiami intimi, l’India scorre oltre il finestrino del treno tra enormi pianure di palme, mucche e persone. Una sgomenta, perplessa percezione si allarga poi sulla pagina come una colata di cera, quando i giovani attizzano la pira su cui arde il cadavere di un avvocato e “una ragazza storpia mendicante dal viso minuto dorme sotto il suo ombrello nero”…

Grazie al lavoro di traduzione di Monica Martignoni e di Leopoldo Carra – che è anche il curatore del libro – la casa editrice Il Saggiatore propone al lettore italiano una nuova edizione di una testo che ha l’indubbio pregio di costituire insieme una delle tappe fondamentali della vicenda letteraria e umana del poeta Allen Ginsberg, icona assoluta della Beat Generation. Non sarebbe una notizia di grande rilievo se queste cose, come dovrebbe, avvenissero con maggiore frequenza. Gli editori da questo punto di vista dovrebbero prendere lezione dagli organizzatori delle mostre d’arte, che hanno il merito di mantenere costante l’attenzione del pubblico sugli artisti attraverso una continua riproposizione delle loro opere. La rilettura di Diario indiano necessariamente induce nuove e affascinanti meditazioni su questo testo nato nella temperie culturale americana dei primi anni Sessanta e sulla popolarità dell’autore che a tutt’oggi non si è spenta. Perché in esso Ginsberg allinea tematiche centrali della sua poetica, avvolgendole in un alone ricco di intelligenza e provocazioni intellettuali. L’intenso connubio tra resoconti di viaggio e note relative alla propria vicenda interiore riunite in questo volume che ha la struttura di un diario, vuole essere la forma di un racconto, lo strumento di una comunicazione. La sua opera è un ossimoro visivo che riesce a far convivere la bellezza e il raccapriccio, la proiezione sdoppiata di una realtà che è insieme evocativa ed allucinante.



 

 

 

 
 
 
 

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