Dieci piccoli infami

Dieci piccoli infami

Tra Susanna – biondissima e molto carina – e Selvaggia – capelli castani modalità pozzanghera e altezza del ripiano per astucci – è amicizia a prima vista, fin dalla prima elementare. Pomeriggi di studio insieme in cui sognano il futuro bucolico che le vedrà adulte nella loro casa comune; le lunghe estati da trascorrere separate – una all’isola d’Elba e l’altra in Abruzzo o a casa dei nonni in un paesino del cuneese abitato da ben trecento persone – nell’attesa di ricevere una cartolina e contando i giorni che le separano dal mese di settembre e dal ritorno alla normalità, da vivere insieme, ovviamente… Durante l’ultimo anno del liceo, Selvaggia è una delle prime nella sua classe a prendere la patente, dopo aver superato anche l’esame pratico seduta in auto accanto ad un esaminatore sosia del tenente Colombo, che non lesina apprezzamenti nei suoi confronti. Ora che è finalmente “patente munita” (ma non ancora automunita e deve chiedere in prestito l’Y10 al fratello Fabio) è diventata l’autista ufficiale della sua compagnia e anche Gianluca, il compagno di classe che fino ad allora non se l’era filata di pezza, pare mostrare interesse nei suoi confronti e la invita – insieme all’amica Nicoletta – ad una cena nella casa di famiglia ad Allumiere, paesino sui Monti della Tolfa, ad una ventina di chilometri da Civitavecchia. Felicità totale, anche se la mamma di Nicoletta è stata categorica per quanto riguarda l’orario di rientro… Dopo aver collezionato una sfilza infinita di casi umani (narcisisti, sposati, mitomani, tirchi schifosi, fidanzati, eccetera), finalmente Selvaggia – matrimonio naufragato alle spalle e figlio di sei anni al seguito – conosce quello che pare essere il fidanzato ideale, dotato di una delicatezza d’animo ormai perduta. La riempie di attenzioni, le scrive bigliettini carichi di promesse d’amore e, dopo solo due mesi di frequentazione, apre a lei e al figlio le porte del suo loft di tre piani al centro di Milano…

La penna sarcastica e mordace di Selvaggia Lucarelli è nota ai più: i suoi commenti al vetriolo, sia sul web che sulle pagine de “Il fatto Quotidiano” raccontano ed affrontano la realtà in maniera talmente franca da rasentare spesso il cinismo e la scortesia. E forse la causa – o una delle cause – di tanta acidità la si può trovare in questa raccolta di racconti. Dieci storie in cui la Lucarelli nomina dieci persone che hanno contribuito a renderla una persona peggiore e che lei non ha mai perdonato: «se lo avessi fatto», si legge nell’introduzione, «io sarei una suora misericordiosa anziché una rinomata stronza». Dieci piccoli infami, appunto. Ciascuno di essi offre a chi legge una quotidianità in cui è piuttosto facile ritrovarsi e lo spunto per stilare una personale lista di candidati allo stesso titolo. Si va dall’amica dell’infanzia che poi così amica non è, al parrucchiere “so tutto io”; dai miti di gioventù, che non sono altro che fake, all’ex fidanzato maniaco dell’igiene e alla suora cattiva capace di distruggerle i sogni dell’infanzia e così via, in una carrellata di personaggi e situazioni che a volte sono tanto paradossali da sembrare creati ad arte. Ma, scavando in questa blacklist un po’ surreale, si riesce a scorgere – oltre che il tentativo di esorcizzare il passato – anche una denuncia delle meschinità e del marciume di chi approfitta in modo gratuito e micragnoso delle insicurezze altrui, bambini, adolescenti o adulti che siano. Non stiamo certamente parlando di “alta letteratura”, ma semplicemente di una serie di racconti – non impegnativi ma con inaspettati spunti di riflessione – divertenti, scritti con stile diretto, graffiante, colloquiale e senza fronzoli da chi ha fatto dell’ironia e dell’autoironia il proprio punto di forza. Forse la Lucarelli – parafrasando Cesare Cremonini – non ha la pretesa di essere Batman, ma si accontenta di essere Robin. Con ironia, appunto.



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