Dies irae

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1981. Le operazioni di soccorso del piccolo Alfredino Rampi, precipitato in un pozzo artesiano nei pressi di Roma, tengono incollati davanti ai teleschermi con una diretta-fiume (la prima della storia) milioni di italiani, che sembrano aver di colpo dimenticato eventi come la scoperta della Loggia massonica P2, lo scandalo che ha travolto lo IOR (la potente Banca del Vaticano) e il finanziere Calvi, l’attentato al Papa. Poteri occulti sono all’opera per sfruttare a loro vantaggio l’enorme attenzione rivolta alla tragedia di Vermicino, mentre l’ondata di riflusso degli anni '80 sta per sommergere le coscienze. 2006. Lo scrittore Giuseppe Genna sta finalmente cercando di dare una forma compiuta ad un progetto che va sedimentando da anni, un faldone di ritagli e appunti intitolato Dies irae. Ad una festa organizzata da un’associazione culturale che si occupa di performance teatrali di pazienti con gravi disturbi psichici, Genna seduce la bella Monica, scopre che il marito di lei sta preparando una trasmissione tv per Mediaset che dovrebbe occuparsi di teorie del complotto e intitolarsi Dies irae, insulta pesantemente senza un perché la volontaria Paola, mentre gli ritornano alla mente particolari drammatici del passato della sua famiglia legati allo stesso Istituto psichiatrico per il quale lavorano Monica e Paola. Come si lega tutto questo alle distruttive esperienze psichiche degli astronauti inviati su Marte? Perché Genna sembra aver previsto sin da bambino il programma spaziale della NASA di colonizzazione del Pianeta Rosso? Perché degli astronauti dovrebbero sognare Alfredino Rampi come capita a lui da anni? Cosa ha in comune il passato di Monica, rampolla della borghesia “bene” milanese, con l’esperienza di tossicodipendenza dura nella Berlino di fine anni ’80 di Paola? Cosa dicono le voci dei morti che Genna registra da anni con un congegno psicofonico? Quale terribile segreto sembra nascondersi negli ultimi decenni di storia italiana?

Ci vuole coraggio, a scrivere un libro così. A mettere su carta tutto quel tutto che è cresciuto dentro di noi negli anni, a squarciare - seppure per un breve, terribile momento - il Velo di Maya, a dare un (non)senso a ciò che (non) ce l’ha. Giuseppe Genna questo coraggio lo ha avuto, e anche il talento per farlo bene. DeLillo, dicono. Ellroy, dice. Ma a me viene in mente Philip K. Dick, per questo senso della realtà che implode, che collassa su se stessa svelando connessioni imprevedibili, simmetrie inattese. Moana, Craxi, il Muro, l’origine della razza umana, l’elettroshock, la violenza. Storia, politica, fantascienza, intrecci sentimentali, a tratti persino horror. Tutto, appunto. E il volto di Alfredino, nel buio. This is the end.



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