Dietro l’arazzo

Dietro l’arazzo
Ogni scrittore sa che, prima o poi, la fatidica domanda arriva: cosa c’è di autobiografico nel tuo romanzo? Non è un’ingenuità del lettore o dell’intervistatore, è un quesito fondamentale, tant’è che quasi nessun autore si sottrae al tentativo di trovare una risposta. Che la letteratura si nutra di vita è un fatto assodato, altrettanto vero – però – è che ciò che distingue un semplice “raccontatore” di storie da un narratore è che quest’ultimo la vita la trasforma, la cambia, interseca fra loro tempi e luoghi, fa dire cose vere a personaggi inventati e cose inventate a personaggi veri. In sintesi crea un nuovo universo, compone un disegno che prima non c’era, una trama di fili sapientemente intrecciati nel cui ordito il lettore si perde e – se la storia è ben costruita – si perde anche la curiosità di capire cosa, in quel mondo, è vero o inventato. Del resto la letteratura è materia troppo indomita e misteriosa perché possa essere facilmente dominata e “addomesticata”. Dice Antonio Tabucchi: “La letteratura è un’erba selvatica, e un’erba selvatica non la puoi coltivare in serra. Se tu la programmi troppo, se gli dai quel tipo di temperatura, quel tipo di umidità come la dai a un fiore di serra, diventa appunto un fiore di serra. Ciò non significa che sia artificiale, ma è un’altra cosa. La letteratura ha una sua vita selvatica assolutamente indomita da questo punto di vista. Naturalmente tu puoi aiutarla a crescere, la accompagni, ci metti uno stecco accanto perché ci si arrampichi sopra, ecco, gli fai da supporto. Ma non è che puoi dire: io a questo tipo di erba gli faccio fare questo tipo di fiore, perché poi te ne fa un altro”…
Perché si scrive, allora? Per capire la vita, sembra dirci Tabucchi, per penetrarne i segreti, le zone d’ombra, i rovesci. “Spiare nel rovescio dell’esistenza, nel rovescio delle cose. Dunque, non nella faccia visibile della realtà, ma in quella che sta dietro questa faccia visibile, ammesso che dietro la faccia visibile ci sia qualcosa. Quello che mi interessava non era guardare le figure dell’arazzo,ma tutti i nodi e i fili che stanno dietro al tappeto;
perché quando rovesci un tappeto capisci tutta la tessitura che costituisce le figure dell’arazzo”. E tuttavia osservare il retro dell’arazzo equivale ad osservare un intricato labirinto dove si rischia di perdere il senso della forma e non distinguere più alcuna figura. Allora ecco la resa: “meglio leggere la figura che si vede di fronte. Tanto il rovescio non si capisce”. Il lavoro dello scrittore sta proprio nel cercare, attraverso la scrittura, di dare un senso alla vita. È nel raccontare la vita che si ottiene un senso: “Ma il senso ultimo di questo racconto che cosa è? È il racconto stesso: non è tanto la vita raccontata quanto la parola che la racconta”. Per chi ha amato Antonio Tabucchi questo libro intervista rappresenta un’occasione preziosa per approfondire – grazie alle domande acute di Luca Chierici – il rapporto dello scrittore Pisano con il mestiere di scrivere e ripercorrere “dal di dentro” la genesi dei suoi libri più famosi. Impreziosisce il volume un bel ricordo di Paolo Di Paolo.

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