Dimmi cos’è

Dimmi cos’è

C’è un ragazzino che sta giocando a pallone in un cortilaccio, in borgata, in mezzo ai casermoni; addosso ha la maglietta della Roma. Sta da solo e si fa compagnia inventando una radiocronaca: “Ecco De Rossi che ruba palla all’avversario, passa a Totti che entra in area, dribbling secco sullo stopper, altro dribbling sul terzino che stava rientrando alla disperata, Totti è solo davanti al portiere, prepara il tiro, che saracca, gol!”. Il pallone scompare dietro un muro; il ragazzino si mette a cercarlo. Dov’è finito? Sta tra i piedi del fantasma del capitano, il capitano della Roma tricolore del 1983, Agostino Di Bartolomei, oh Agostino. Ago fa un sorrisone al ragazzino e gli dice “Bravo! Tu sei della Roma... ma lo sai cos’è la Roma?”. “Sì! È la squadra di calcio della mia città”. “Sì, ma non è solo questo. La Roma è il cuore di questa grande città, antica come è antico il mondo”. A quel punto il marmocchio rimane di sasso, mica se l’aspettava che la Roma fosse una cosa del genere. Ago comincia a raccontargli la storia, a quel punto. È una storia popolare, è una storia bellissima, piena di sentimento. Perché la Roma era nel destino di questa città. Ago racconta la fondazione, nel 1927, con la fusione di tre anime pallonare romanesche: Alba, Roman e Fortitudo, una squadra popolare, una squadra borghesona e una squadra papalina; racconta le prime partite al Velodromo Appio, il vecchio stadio dell’Alba, il primo derby contro la Lazio [1-0], la fondazione di Campo Testaccio [“nessuna squadra ci passerà”]; la “quinta tribuna” sul Monte dei Cocci, il passaggio di testimone tra Italo Foschi e Renato Sacerdoti; e racconta Fuffo Bernardini che pagò una multa pur di andarsene dalla Lazio e venirsene a giocare nella Roma, De Micheli che non aveva paura di nessuno perché era trasteverino, Rudi Volk da Fiume, detto “Sciabbolone”, che poco prima di morire, a Nemi, in casa di cura, vecchio e poverissimo, stringeva stretto ar core il gagliardetto della Roma; Rudi Volk, primo bomber romanista, l’antesignano di Amadei, Pruzzo, Voeller, Montella, Bati e Totti. Ago racconta Giorgio Carpi, che per la Roma giocava gratis, come ha cercato di fare Damiano Tommasi per una stagione intera, qualche anno fa; racconta l’epico 5-0 alla Juve della Roma testaccina, eternato da un film; racconta il primo, vero capitano della Roma, Attilio Ferraris IV, da Borgo Pio, morto sul campo durante un’amichevole a fine carriera, campione del mondo, forte, tignoso, muscolare e tenace, come Daniele De Rossi; ci restituisce Maximiliano Faotto, il Paolo Negro del primo scudetto, romanista molto mimetico, laziale solo in apparenza; Guido Masetti, il portiere veronese della Roma tricolore del ‘42, e il grande Amedeo Amadei, da Frascati, ottavo re di Roma. E ancora: Dino Viola che va in bici a vedersi la Roma che vince il primo scudetto, a Livorno; la drammatica retrocessione in B, dieci anni dopo, e il pronto riscatto; racconta i capitani storici, come Giacomo Losi, “core de Roma”, come Peppe Giannini da Frattocchie; racconta le nemesi della Lazio, cioè Dino Da Costa e Marco Delvecchio, e le bandiere, come Picchio De Sisti e Francesco Rocca, lo sfortunato, eroico Kawasaki, che poteva scrivere la storia del calcio, e la poesia del Divino, Falcao, che invece la storia ha potuto e saputo cambiarla; racconta la gloriosa e ingiustamente rimossa Coppa delle Fiere e le nove Coppa Italia, gli allenamenti al Tre Fontane davanti 10mila persone, l’assurda morte del giovane Taccola a Cagliari; i drammatici e micidiali infortuni di Spadoni e Rocca, i recuperi memorabili di Ancelotti, Nela e Strootman; la nascita della Curva Sud, nel 1973, e quella del CUCS, nel 1978; il lupetto di Gratton, e il vecchio stemma del 1927; le angoscianti finali europee perdute, contro Liverpool e Inter, e le inspiegabili disfatte come Roma-Lecce; l’assurdo annullamento del gol di Turone, una delle tante prepotenze juventine, e poi gli scudetti del 1983 e del 2001, l’era di Totti e De Rossi, quella di Liedholm, quella di Capello e quella di Spalletti, quella di Anzalone, quella di Dino Viola, quella di Sensi e quella caotica, improbabile e imprevedibile americana odierna...

352 pagine, grande formato, cartonato, illustrato: l’edizione Skira è graficamente bellissima, degno omaggio ai 90 anni della Roma; la narrazione, per quanto avvincente, periodicamente scade nella retorica o nella predica popolana e non è a livello della cura estetica del volume, davvero encomiabile. Ci sono foto stupende, come quella dell’esordio di Losi, e telegrammi d’antan particolarmente emozionanti, come quelli di Volk e Italo Foschi; tesserini dei vecchi calciatori, vecchie carte intestate della società, la lettera di Amadei a Viola dopo Roma-Liverpool, Rocca che fa l’ultimo giro di campo nella partita d’addio, Pruzzo che saluta la Sud a fine carriera – solo qualche esempio, per segnalare agli aficionado e ai tifosi della Roma che nonostante il prezzo sinceramente esagerato, quasi offensivo [49 euro] questo è un libro che va comprato o quantomeno sfogliato di nascosto, da Feltrinelli. Dimmi cos’è è strutturato in 15 capitoli e in una sezione di apparato: un almanacco completo di presenze e reti di tutti i calciatori della storia della Roma, in ordine alfabetico; un elenco delle panchine degli allenatori, dalle 442 del Barone, Liedholm, alla unica panchina di Ezio Sella; una cronologia dei presidenti, dal leggendario Italo Foschi all’oscuro e ambiguo James Pallotta; una spaventosa lista di 3679 partite disputate dalla Roma dal 16 luglio 1927 al 1 ottobre 2017; una chicca sulle giovanili del 1928. Autori del volumone sono due giornalisti sportivi, Tonino Cagnucci e Luca Pelosi; entrambi hanno collaborato, a vario titolo, con la A.S. Roma, negli ultimi anni, soprattutto a livello di Roma Radio [la “pravda” degli americani] e di Hall of Fame. Nel genere, Dimmi cos’è va considerato un libro di propaganda giallorossa di discreto o buon livello, dipende dai punti di vista; entrare nel merito dell’opportunità di certe scelte è forse inevitabile: novant’anni di storia sono stati sintetizzati compiendo scelte “politiche”, diciamo così, o tattiche, in genere; ad esempio, mi è sembrato che ci fosse poco spazio, o comunque molto meno del dovuto, per personaggi giganteschi come Bruno Conti e Peppe Giannini, mentre forse prevedibilmente spopolano Totti e Di Bartolomei; De Rossi e Attilio Ferraris IV rimangono un po’ troppo nelle retrovie, e forse non c’è particolare spessore nella restituzione degli allenatori e soprattutto dei comprimari; c’è qualche outsider, come Zigoni, che fa capolino qua e là, altrimenti già tanto se a qualche nome amatissimo si riserva una figurina, un cameo o qualcosa di simile. È nelle cose – c’è chi, come Nela o come Panucci, nella Roma ha giocato una vita rappresentando qualcosa di singolare che in questo libro non è stato pienamente restituito. Non c’è nessuno spazio per gli equivoci, per i giocatori “sbagliati”, per le bufale e per i traditori – peccato, perché invece sono figure poderose, a volte – e la Lazio è spesso ridotta a una caricatura, a un’allucinazione o giù di lì, con una leggerezza che può sconfinare nella stupidità. D’altra parte, noi romanisti tendiamo a diventare bambini quando parliamo della nostra fede – e questo libro è, appunto, pura propaganda romanista [romanista in epoca yankee: non c’è la gigantografia di Anzalone, c’è quella di Pallotta: capimose...]. A livello di almanacco, sarebbe stato saggio spendere altre 2 pagine per pubblicare una classifica “ordinata” dei 50 giocatori con più presenze e più reti, e altre 2 per qualche statistica sui derby e sulle coppe [tutte, nel bene e nel male], e altre 2 per un medagliere, illustrato [3 scudetti, 9 coppa Italia, 2 supercoppa, 1 coppa delle Fiere, 1 torneo anglo-italiano, etc]. L’edizione del centenario meriterà diversa dedizione, soprattutto dal punto di vista statistico – altrimenti, è giusto che il prezzo di copertina scenda sui 25-30 euro. Per 50 pretendo la perfezione, voglio il profumo dell’eternità, non voglio infastidirmi per i calciatori trascurati o per le scelte autoriali, in genere, e non voglio notare gli errori o le lacune. Non devo dire a mio figlio “Questo libro è complementare”. Devo dirgli che è fondamentale. Stavolta, non è vero, proprio no. È vero, invece, che questo libro è profondamente emozionante, e personalissimo.



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