Dio di levante

Dio di levante
Pomponio Gervaso Cantatore è nato povero, talmente povero da non poter mangiare. Per questa ragione i genitori decidono di lascarlo all’età di dieci anni in affidamento al convento di Santa Maria alla Scala di Noci, dove lo prende in protezione il padre pellegrino Demetrio Vassikopulo. Di qui la nuova vita, i pellegrinaggi, le esplorazioni, l’assiduo girovagare, il conoscere ed il farsi conoscere in giro per città e paesi, anche lontanissimi, che fanno di Pomponio un vero e proprio leggendario cantastorie, mitico affabulatore e narratore di fantasie popolari, tra le quali la preferita era La fortunata storia di Mangione Marcangione e della santa Caracotta. Al fianco del pellegrino, la vita di Pomponio sarebbe stata quella dell’assistente di un Santo, quella di un fedele umile e devoto. Ma la piccola ‘mania’ di rubare porta Pomponio verso altre destinazioni di vita: incontrato il fratello Salomone, ruba per lui il cibo dalla dispensa di Padre Demetrio finché non viene scoperto dal Padre cuciniere. Ed allora, costretto a scappare in compagnia del fratello, riprende la sua libertà di girovago cantastorie (questa volta libero da ogni vincolo e debito monastico) e segue/insegue l’istinto che lo porta di casa in casa, di città in città. In queste peregrinazioni incontra una folla di personaggi da epopea araba, la Vetrana, zingara misteriosa, Argiro Basile, barone che era stato ministro di Ur, Cerasada, madonna bizantina nata dal tronco di un albero, insomma tutte le figure di una lunga e variopinta, ininterrotta saga popolare mediterranea...
Quella di Nigro, in questo libro, può ben essere considerata una scrittura sperimentale  e  dal tratto ‘antropologico’. Il suo lavoro è frutto di una ricerca che si propone di inventare una nuova tipologia narrativa, in aperta ‘infrazione’ di codici e regole  tradizionalmente adottate dalla letteratura più convenzionale, oltrepassando, da una parte, le formule del realismo, ed esasperando, distorcendole, le formule di una narrativa fantastica e popolare ma dalla lingua ‘tradizionale’: quella dell’autore invece si appoggia su una continua re-invenzione del linguaggio, che significa reinventare il mondo e la sua ‘narrabilità’. Insomma, la scrittura di Raffaele Nigro, in questo libro più che in altri, mostra lo spessore di un prodotto artigianale di alta manifattura, l’espressione di un mestiere elaboratissimo, la consumata perizia di chi sa bene che il mondo esiste per come è espresso, che la realtà è nelle parole di chi le pronuncia e che esse sono di proprietà di chi le inventa. Ecco, Dio di levante è una bella invenzione, una favola visionaria da “mille e una notte” di Puglia, una magia narrativa nata sulle sponde del mediterraneo, un mare che incanta e stordisce, che canta e racconta di civiltà millenarie e di inveterate aspirazioni, di incontri e di folgoranti apparizioni. A popolare le sponde del mediterraneo, una fantastica umanità che lotta sorridente contro la morte, che accende fari di parole sull’oblio del silenzio, che ridipinge il mondo, grigio, con i colori vivaci della propria ingenuità.

 

 

 

 
 
 
 
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