Dio la benedica, dottor Kevorkian

Dio la benedica, dottor Kevorkian
Il dottor Jack Kevorkian è un personaggio storico (1928-2011) famoso in America per aver inventato una macchina per l'eutanasia volontaria e per aver fortemente sostenuto il suicidio assistito dei malati terminali. Oltre a ciò, Kevorkian lavora presso il carcere di Huntsville (Texas) dove pratica le iniezioni letali ai condannati a morte. Per questa ragione, un fittizio Kurt Vonnegut jr. decide di rivolgersi a lui e di fare esperienze di “near-death”: pre-morte, coma assistito, passaggio temporaneo dalla terrà all'aldilà.  La sua prima esperienza di questa natura, ci racconta, avvenne per caso in passato, a causa di un'anestesia sbagliata durante un intervento per l'innesto di un bypass. Incuriosito, il Vonnegut personaggio si rivolge al “Dottore della morte” (così era veramente chiamato) e decide di recarsi più volte nel mondo dei morti per realizzare interviste da trasmettere per l'emittente radiofonica WNYC, e per  raccogliere fondi per loro. Varcate le porte del Paradiso più volte, sempre col timore che “l'irascibile San Pietro, in un accesso di malumore,  possa  non lasciarti più uscire”, Vonnegut incontra e intervista una varietà di gente che include personaggi famosi, personaggi storici e anche gente comune che, in vita, è stata protagonista di eventi memorabili di profonda umanità, come Mary D. Ainsworth,  una psicologa infantile morta a 85 anni (tutta la vita dedicata alla ricerca sul legame tra madre e figlio), o Salvatore Biagini, vittima di una fatale crisi cardiaca mentre cercava di salvare il suo amato cagnolino dall'aggressione di un pitbull.  Insieme a loro, tra gli altri, troviamo anche Adolf Hitler, il quale rivela a Vonnegut di avere molti rimorsi e di sperare che un giorno possa essere eretto un monumento a suo nome con la scritta “Entschuldigen Sie” (“scusate”).  Isaac Newton conferma invece la sua curiosità innata e, anche in paradiso, si affanna a capire come funziona il tunnel celeste, mentre Mary Shelley (definita come “l'autrice del romanzo di fantascienza   più lungimirante e più influente di ogni tempo”) rivela che il vero mostro della sua storia era il Dottore e non il mostro  (operando dunque un indiretto parallelo con la figura di Kevorkian e con l'orrorifico uso odierno della medicina nelle camere della morte). Infine, molto divertente è l'incontro con William Shakespeare: i due non legano troppo e Shakespeare rimprovera Vonnegut di parlare l'inglese peggiore che abbia mai sentito; al  complimentarsi di Vonnegut per gli Oscar vinti dal film Shakespeare in Love, Shakespeare risponde che il film è “una storia narrata da un idiota, piena di urla e di furore, che non significa nulla”...
Attraverso queste ventuno interviste immaginarie, originariamente trasmesse in radio e poi trascritte, Vonnegut ci presenta un caleidoscopio di esseri umani che ci fanno riflettere sull'importanza della vita, di come e per cosa si vive e si deve vivere e del perché certe nostre azioni sono dunque immortali. È lo stesso Vonnegut a non credere all'aldilà – così come ci dice nell'introduzione – e di essere un umanista, ma è sempre lui a credere fortemente nel potere delle nostre azioni sulla terra, le quali continueranno a esistere per sempre. La sua ironia, beffarda, intelligente, squisitamente gelida e a tratti burlesca, rivela dunque una forte spirito umanitario di speranza che si contrappone all'apparente cinismo che permea tutto il libro e che caratterizza la sua feroce e inespressa critica al sistema americano e alla pena di morte. Non è infatti un caso che il libro si chiuda con l'intervista a Isaac Asimov, lo scrittore più prolifico di fantascienza e il predecessore di Vonnegut come Presidente Onorario dell'Associazione Umanista Americana. Vonnegut gli chiede della sua scrittura e se ancora sta scrivendo, e Asimov rivela che non potrebbe tollerare una “vita” senza scrittura; che se non potesse scrivere, quel paradiso “sarebbe l'inferno”; che la terra stessa sarebbe stata l'inferno se non avesse potuto scrivere, e che, infine, l'inferno non sarebbe un inferno se si avesse la possibilità di scrivere. Una dichiarazione che mette a soqquadro le più forti convinzioni religiose e che, ancora una volta, attraverso un brevissimo lampo ironico, dimostra di contenere davvero tutto il nucleo dell'inno alla vita racchiuso in questo riuscitissimo esperimento letterario.     

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