Dio odia le donne

Dio odia le donne

La misoginia nei testi sacri è un vessillo portato avanti nei secoli senza troppo imbarazzo e sventolato sulle teste dei fedeli per stabilire una divergenza biologica ed una differenza di genere per cui la donna non possa aspirare ad altra pretesa che servire l’uomo in totale annullamento di sé. Partendo dalla figura della donna per come emergerebbe dalla Bibbia, dal Corano e dalla Torah, i “pastori di anime” a vario titolo hanno avuto gioco facile nel contribuire ad elaborare codici interpretativi di assoggettamento e subalternità. Principi e precetti che hanno contribuito a fomentare una visione miope ed a mantenere mogli, madri e figlie in una condizione di inferiorità a (quasi) tutte le latitudini. Tutti e tre i testi convergerebbero negli intenti di divulgare dettami comportamentali ai quali l’universo femminile deve scrupolosamente attenersi per non creare scandalo, scorno, non portare disonore alla famiglia, mantenere il decoro della propria moralità. E quindi ecco fioccare una serqua di proibizioni annichilenti e decaloghi a norma della sfera sociale e privata all’unico scopo di disinnescare il potenziale peccaminoso che la donna, sin da Eva, porta insito nel suo seno e userebbe invariabilmente per attentare alla virtuosa integrità dei novelli Adamo. Una forma presuntuosa ed arrogante di educazione che i detentori della dottrina vari ed eventuali spandono come un dogma incrollabile che va ad incistarsi nei recessi più bui della cultura mondiale fino trasformarsi in arma di ricatto, ammonimento e vilipendio sociale…

Giuliana Sgrena, da giornalista e militante che ha sempre avuto a cuore le questioni di genere qual è, con Dio odia le donne compie una ricognizione interessante offrendoci una panoramica vasta sulla misoginia che si respira nelle tre grandi religioni monoteiste. Interessante, però, fino ad un certo punto, cioè fintanto che si concentra nello stretto alveo enunciativo dei testi. Quello che non convince più ‒ se volessimo rimanere nel campo dell’analisi filosofica e volessimo dare al saggio un valore “scientifico” ‒ è il suo adornarsi di una sovrastruttura che fa perdere l’occasione per un’analisi che non incappi nel rischio di faziosità e di un fanatismo straripante tanto quanto quello che vorrebbe denunciare. La Sgrena, a parere di chi scrive, compie un errore tipico di chi parte per affrontare una questione avendo già in tasca la conclusione: rinuncia ad un’elaborazione personale e si “accontenta” delle interpretazioni altrui ‒ degli imam, dei vescovi, dei teologi in generale di questo e di quello ‒ per imbastire una disamina che non è più speculazione filosofico-teologica (questa sì, veramente interessante), ma posizione preconcetta nemmeno tanto originale. Non ci comunica niente di nuovo, non ci dà spunti di riflessione ed approfondimento ulteriori. Simone Weil, in uno dei suoi scritti più celebri, La persona e il sacro, sostiene: “(…) là dove vi è un grave errore di vocabolario, è difficile che non vi sia un grave errore di pensiero”. È qui la contraddizione: parliamo della misoginia nei testi sacri o della misoginia nella società? Nella misura in cui le due cose si sovrappongono è necessaria l’onestà intellettuale (che in questo saggio nicchia) per ammettere che l’intolleranza di genere non è più e non solo ‒ come si vorrebbe far credere ‒ una questione religiosa, ma, molto più a fondo e drammaticamente, una questione sociale, antropologica, culturale. Una deriva abietta (sia detto per inciso per sgombrare il campo da sterili critiche) che l’implicazione teologica della misoginia può spiegare solo in minima parte e che invece ha molto a che fare con una struttura storicamente affermatasi e consolidatasi nei secoli per la quale la donna debba essere madre e moglie non tanto (e non solo) per precetto divino ma per pura inveterata praticità sociale.



 

 

 
 
 
 

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