Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani

Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani
“La vita degli italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente”. Colpa dell'Italia o degli italiani? Pangea di negligenze, probabilmente. Malfunzionamento genetico di un popolo carente di Stato, privo di società, dolorosamente sprovvisto di centro. E se non esiste un nucleo capace di attrarre a sé la dignità di un popolo, la logica dell'ognun per sé è legge di natura. Le conseguenze sono dolci-amare, endemicamente in biblico tra lo scialbo disinteresse sociale e la saggezza di chi ha deciso di eludere dolori ritenuti superflui. Il passeggio, gli spettacoli, le chiese, sono le principali occasioni di socialità che hanno gli italiani. Linfa per l'ego, per l'onore di una comunità che non è comunità, ma una somma di interessi individuali, per di più frivoli. Con la vanità in tasca e lo sprezzante senso di non appartenenza, l'italiano coltiva usanze e abitudini, non i costumi. Il bel Paese dal clima caldo, è annebbiato da effluvi e vapori di un popolo freddo. “Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci”...
Ripubblicare questo piccolo e fulminante saggio di Giacomo Leopardi nell'anno del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia assume un sapore squisitamente acre, una forma spigolosa con qualche angolo smussato, un'inquietante e ironica sensazione di ritorno alla triste realtà. “Mi scusi Presidente” direbbe Giorgio Gaber, “dovete convenire, che i limiti che abbiamo ce li dobbiamo dire.” Perché le parate militari (chissà perché, poi, l'unità di uno Stato si misura sempre dall'esibizione delle forze armate), la bandiera e l'Inno, potranno pure riaccendere un vago senso di appartenenza, ma non possono farci dimenticare la natura genetica di un popolo. Consapevoli che tutto questo non ci esime dall'accusa di qualunquismo, rispediamo cordialmente l'accusa al mittente e invitiamo a leggere, o rileggere, Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani. Scritto tra il 1824 e il 1826, ben prima dell'Unità, il testo conserva un impronta spaventosamente attuale. E allora le parole servono a poco, è sufficiente sentirsi dentro o guardarsi attorno per ritrovare un po' di quel senso di spaesamento, immobilismo e inconfessabile egoismo che Leopardi descrive così bene.

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