Diventare cagna

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“Non sono mai stata considerata una brava ragazza. È questa una battaglia persa in partenza che non mi è mai interessato combattere”. A tutte le donne prima o poi capita di essere trattate come prede, come paria abbordabili sessualmente. Questo ha ingenerato una strategia di nascondimento che spinge le donne a camuffarsi “per essere prese sul serio o passare inosservate”. E col tempo questa strategia di difesa si è trasformata in qualcosa di diverso, nella condanna estetica e morale da parte di chi si considera una “donna vera”, una “donna seria”, della “femminilità esaltata” dei transessuali e delle prostitute. Ma per dirla con Manuela Trasobares, prima politica transgender della storia spagnola, “Perché una donna non può vestire in tutta la sua lussuria, perché no?”. Perché questo dovrebbe simboleggiare una resa al maschilismo o all’identità di preda? La militante femminista Itziar Ziga, che ama definirsi una “zoccola basca femminista radicale sboccata propagandista”, con buona pace delle femministe perbene “che si offendono quando una zoccola come me si dichiara tale”, sceglie proprio di indagare sulle femminilità “spettacolari, parodiche, radicali, insorgenti”. E lo fa attraverso una serie di interviste e riflessioni, tra filosofia queer e autobiografia, tra provocazione e autoironia, narrazione e metanarrazione, con l’intento di scardinare dall’interno “questo enorme gioco di ruolo del genere” e “far convergere la messinscena iperfemminile e puttana con la posizione antipatriarcale”…

Itziar Ziga è davvero un personaggio controverso, “(…) frequentatrice di bar, zoccola di librerie, maratoneta nelle manifestazioni”, “(…) capace di produrre una versione puttaneggiante della femminilità (…) come strategia di lotta guerrigliera”, come la definiscono Virginie Despentes e Paul B. Preciado nel loro scanzonato Prologo di questo libro-manifesto che si occupa di un ambito ancora poco conosciuto in Italia. Il porno femminista, la postopornografia, il femminismo pro-sex, il transfemminismo che rappresenta il cuore di esperienze come il Collettivo “Cagne Sciolte” di Roma sono realtà ignorate o peggio disprezzate da noi, dove la dicotomia maschilismo-femminismo ha prodotto (anche) un manicheismo estetico per cui una militante femminista che voglia girare in minigonna leopardata e zatteroni o non accetti di lasciare il monopolio della pornografia al rapace immaginario dei maschi è una sorta di abominio, una traditrice, nel migliore dei casi un’eretica pericolosa. Ed eretico questo piccolo capolavoro di controcultura lo è davvero, con il suo femminismo erotomane, sboccato, pornopop, che auspica “la fine dell’era delle gatte morte e la prossima vittoria delle cagne vive”, come ricorda nella sua prefazione Slavina, nota performer della scena estrema italiana.



 

 

 

 
 
 
 

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