Docherty

Docherty
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Primi del ‘900, Scozia. Il minatore Tam Docherty è una figura carismatica nel microcosmo di High Street. Non è facilmente inquadrabile nei cliché della povera gente che vive nel quartiere, innanzitutto. Ha un aspetto esile ma non disdegna di fare a pugni se vede qualcosa che lo fa infuriare, per esempio un ubriacone dal fisico massiccio che importuna la sua anziana vicina di casa. Non ha paura di andare a pesca di salmoni anche se è vietato per vincere la noia e rimediare una buona cena per i suoi figli. È povero, come tutti laggiù, ma lui a differenza della maggioranza degli altri non si fa mettere i piedi in testa da nessuno: nemmeno dalla gente benestante che talvolta passeggia davanti casa sua e lancia sguardi o commenti che lui giudica insultanti, nemmeno da suo padre, il vecchio Conn, un irlandese che ce l’ha con lui a morte da anni perché manda due figli alla scuola protestante e non a quella cattolica e perché è sempre aggressivo con i preti. Tam è “un territorio selvaggio di pensieri allo stato brado e sogni abortiti, un paesaggio disperato (…) spiegato davanti a lui come una mappa. (…) Vedeva il cupo territorio della propria esistenza che si estendeva davanti a sé senza limiti. L’unica oasi era la sua famiglia”. Nel povero ambiente di High Street, i Docherty sono fortunati a vivere in una casa di due stanze anziché una. Ci abitano in sei: Tam, sua moglie Jenny e i figli Kathleen, Mick, Angus e il piccolo Conn. La vita del bambino sta cambiando velocemente, osserva i suoi fratelli maggiori, dorme con loro, li ascolta, inizia a parlarci al riparo delle orecchie dei genitori. Impara che il calcio è il gioco più bello, che un’ape muore quando punge, che non ci sono esseri umani sulla Luna, che non si vive a scrocco o alle spalle degli amici. Impara le leggi non scritte di High Street…

Se esiste in letteratura un “working class hero” questo è senza dubbio alcuno il minatore scozzese un po’ guascone e un po’ taciturno, un po’ nobile e speciale un po’ squallidamente normale di questo magnifico romanzo del 1975. Tam Docherty sogna un avvenire diverso per i suoi figli e lotta (invano) perché lo conquistino, Tam Docherty non tollera i soprusi dei padroni e le mani adunche del clero sulle anime del popolino, ma ogni tanto si fa possedere dalla rabbia e maltratta la moglie, salvo poi farci pace amandola con passione sotto le coperte. Tra Giovanni Verga e John Steinbeck, tra Roberto Rossellini e Ken Loach, l’autore ambienta nella città scozzese immaginaria di Graithnock (che in realtà è la città natale di William McIlvanney, Kilmarnock) una emozionante saga familiare ma anche un affresco storico che copre i primi due decenni del ‘900, raccontando la Prima Guerra Mondiale e le dure battaglie sindacali degli anni successivi. C’è un afflato politico, naturalmente, nella storia di questi minatori scozzesi, ma affermare che è l’elemento centrale del romanzo sarebbe una netta forzatura: “Scrivo da sempre per capire la realtà e la politica è parte della realtà. (…) La politica vien fuori scrivendo un romanzo, non è che il romanzo vien fuori dalle mie riflessioni politiche. La mia voglia di scrivere è nata prima della mia consapevolezza politica” ha spiegato William McIlvanney in una intervista di qualche anno fa. Infatti, come scrive il curatore Carmine Mezzacappa nella postfazione di questa bella edizione, il suo impegno civile “non consiste nel trattare temi sociali e politici provocatoriamente controversi ma nel comportamento che egli assume di fronte a conflitti sociali nella comunità in cui egli vive e lavora, nella difesa dei valori della solidarietà e della dignità individuale”. Nella versione originale i popolani di High Street parlano in dialetto, caratteristica che non è stata mantenuta per ovvie ragioni nella traduzione (che però per questo motivo è stata senz’altro più difficile per Mezzacappa). Gustoso il legame di continuity con La fornace, altro grande romanzo di McIlvanney, in cui il protagonista, che si chiama sempre Tam Docherty, è il nipote del nostro eroe (e anche ex compagno di scuola di Jack Laidlaw, protagonista della fortunata saga tartan noir dell’autore, ma questa è un’altra storia). Nel 2014 lo Scottish Book Trust ha lanciato un grande sondaggio tra i lettori chiedendo loro quale considerassero il più importante romanzo scozzese di tutti i tempi e Docherty è arrivato al decimo posto. Avrebbe meritato senza dubbio qualcosa di più.



 

 

 

 
 
 
 

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