Dodici racconti raminghi

Dodici racconti raminghi
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Il presidente è riparato in Svizzera per passare gli ultimi scampoli di vecchiaia. Solo e dimenticato, non ha i soldi per pagarsi un delicatissimo intervento alle vertebre. Vive in una stanza senza doccia e stende i suoi panni ad asciugare su un filo che la attraversa e questo a Lázara suona assurdo, lei che nel suo paese caraibico ha sempre sentito parlare di questo uomo come di un presidente canaglia, ricco sfondato… Margarito Duarte è a Roma con una custodia da contrabbasso. Dentro c’è la salma della figlioletta ritrovata intatta dopo l’esumazione per tradurla di sepoltura. Da più di 20 anni aspetta un appuntamento per chiedere alla curia di esaminare il caso ed avvii le pratiche di santificazione. E da più di 20 anni fa vedere il prodigio a chi glielo chiede con la pazienza e la tenacia, lui sì, Margarito, di un santo… Frau Frida si è inventata un mestiere: si offre per sognare. Predice il futuro attraverso i suoi sogni, una Rasputin in gonnella, insomma, che calamita le vite delle famiglie presso le quali si installa. Nessuno esce di casa se non prima Frau Frida ha dettato loro come comportarsi durante la giornata. Ma Frau Frida, col suo anello da serpente è un’umile ciarlatana che un giorno a La Havana incrocerà il suo destino… A María de la Luz Cervantes le si sfascia la macchina mentre rientra a Barcellona. Deve accompagnare suo marito mago ad una serata di spettacoli ma non sa come fare. Lungo la strada la raccoglie un pulmino carico di sole donne e qualche suora. Chiede da fumare e spiega che ha bisogno di un telefono per dire a Saturno che avrebbe tardato. All’arrivo a destinazione, María si accorge, troppo tardi, che quello non è un pulmino ordinario: quelle che ci sono sopra sono disturbate ed i cancelli che le si sono appena richiusi alle spalle sono quelli di un manicomio… María dos Prazeres è una puttana e sa che sta per morire. Glielo ha rivelato un presentimento, un sogno, una visione. Non ha nessuno, a parte il barboncino Noi al quale insegna la strada da casa alla lapide perché da morta almeno qualcuno si rechi sulla sua tomba. Nel mentre che aspetta la morte, come lei crede, organizza tutto per non farsi trovare impreparata: ammaestra il cane ed anche l’impresario delle pompe funebri. Ma un giorno in cui piove forte e lei e il Noi tornano dal cimitero - per ambientarsi, dice - accetta il passaggio da uno sconosciuto che la fa ricredere sull’interpretazione del suo presentimento… La signora Forbes fa l’educatrice. E’ tedesca, rigida, inappellabile. Va in spiaggia in assetto da guerra, costumi castigati, vestaglioni vittoriani. Ai bambini è impedito tutto, o quasi, ciò che possa apparire libertino e sbracato. Ma la signora Forbes è anche altro: è una che si sveglia di notte a sbevazzare, piangere e disperarsi e che al mattino, con la sottana da notte ancora addosso, smanaccia in cucina preparando torte e pasticcini. Fino a che non la trovano morta. Serenamente morta. A coltellate…

Potreste chiedervi: ma raminghi perché? Raccontano storie ambientate a Venezia, Parigi, Barcellona ed in altrove non meglio specificati; hanno protagonisti strani finti pazzi, fedeli in tonaca francescana, padri che si portano il cadavere dei figli dentro una custodia da contrabbasso; educatrici intimamente squilibrate; sognatrici a pagamento; turisti inglesi morti intossicati dalle ostriche a Napoli e puttane presaghe. La loro viandanza, però, non sta tanto nel genius loci, nell’oggetto, nelle idee o nelle intuizioni che li muovono, quanto proprio nelle vicende che hanno riguardato la loro formazione. La loro scrittura si è protratta negli anni e la loro sorte è strettamente legata ad un quaderno sul quale Gabriel García Márquez aveva appuntato alcune idee poi accantonate. Un quaderno che stava sempre sulla sua scrivania a fare capolino da una pila di libri e incartamenti. “Non mi interessa il tuo contenuto” mormorava Gabo guardandolo, ma si sentiva intimamente confortato di saperlo lì. Un quaderno che però, all’improvviso, quando al Gabo torna la voglia di lavorare al suo contenuto, sparisce nel nulla e per sempre. A niente vale rivoltare casa sottosopra, divellere scaffali e buttare giù la biblioteca; smantellare mobili e rivoltare cassetti. Il quaderno se ne è andato. Ramingo anche lui. Soprattutto lui. Al Gabo avvilito e tradito, allora, non tocca altro da fare che raccogliere dalla memoria i rimasugli dei ricordi e delle idee appuntate sul quaderno fuggiasco e buttare giù una mole consistente di racconti che - leggi, rileggi, taglia, cassa e cestina - si riducono ai 12 di questa raccolta. Sono scampoli di sogni, fatti di cronaca, notizie lette sui giornali, frammenti di passato impostati e resi organici in un flusso organico di narrazione. C’è talmente tanta materia umana e talmente tanto tessuto narrativo che la dimensione del racconto sembrerà amplificarsi non tanto nello spazio - che lo spazio di un racconto bene o male quello è - quanto nel tempo e voi lettori vi troverete tra le mani come di quelle scatole piene di conchiglie dalle mille forme, pezzi di vetro e piastrelle, pietre dai colori cangianti e granelli di sabbia. Un tutto dall’origine omogenea, insomma. Dodici racconti raminghi è una raccolta “popolosa”, abitata da una umanità variegata e nostalgica, volubile e fragile allo stesso tempo. Ciascuno dei racconti è un microcosmo nel quale si agitano altre centinaia di storie piccole, piccolissime. Basta chiudere gli occhi, alla fine, per spaziare, viaggiare anche noi senza scostarci dalla seggiola sulla quale siamo seduti. Raminghi, come loro.



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