Dolceamaro a Bombay

Dolceamaro a Bombay
Siamo nel 1984 ed è autunno a Bombay: tutto è pronto per celebrare Diwali, la festa indiana della prosperità ed anche in casa Todarmal fervono i preparativi sin dalle prime luci dell’alba. Bimbla Kulbhushan Todarmal, meglio conosciuta come Mummyji, si è svegliata presto ed ha lasciato il suo letto vuoto, senza un marito da troppo tempo, per dedicarsi alla sua casa ed accogliere al meglio i quattro figli: Rajan Papa, Suman, Sunny e Saroj. Ma prima di mettersi all’opera Mummyji preferisce sedersi un istante in poltrona, per godersi al meglio il silenzio della casa non ancora invasa dagli ospiti, impugnare un buon libro e leggerlo in santa pace. Eppure i caratteri e le pagine si fanno sempre più offuscate,  ora tutto sembra così buio, è un attimo e quella che si annunciava come una grandiosa occasione di festa si trasforma in una corsa verso l’ospedale. Ed ora eccola qui al completo la famiglia Todarmal, raccolta in una piccola stanza d’ospedale: Rajan Papa con i suoi problemi economici; Suman tanto bella quanto dipendente dagli antidepressivi; il cinico Sunny formato sullo stampo del marketing made in USA che non guarda in faccia a nessuno - tantomeno ai vincoli di sangue - quando si tratta d’affari; e infine la piccola e fragile Saroj, piegata dal triste corso della sua esistenza e da una madre fin troppo presente…
Secondo libro per Namita Devidayal, giornalista indiana poco più che quarantenne che lavora per il Times of India. Per gli amanti della suspense roviniamo subito tutte le sorprese svelandovi che questo Dolceamaro a Bombay ha davvero poco a che fare con il suo precedessore La stanza della musica, primo romanzo dell’autrice insignito del prestigioso Vodafone Crossword Popular Book Award nel 2008. In questo secondo romanzo, se pure rimane acceso quel lumicino per l’adorabile intreccio che la tradizione indiana ha insito nel proprio DNA, le ombre narrative non mancano, sia per lo stile, sia per la caratterizzazione dei personaggi: il primo troppo caotico e ridondante, i secondi eccessivamente freddi e schematici, sempre lì sullo sfondo, presenti nell’assenza e fin troppo lontani per suscitare forti emozioni nel lettore. È difficile dire che cosa non vada in questo libro e quali colpe siano da imputare all’autrice o alla traduttrice, rimane però un testo difficilmente digeribile, che non ingrana sin dalle prime pagine, peccando di un eccesso strutturale che delinea una complessa struttura narrativa - perfetta nel tessere la trame e rendere le mille sfaccettature della società indiana - decisamente meno nell’appassionare il lettore. Un peccato per un editore che negli anni può vantare un catalogo dedicato all’India da far letteralmente invidia a molti. 

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