Domani nella battaglia pensa a me

Domani nella battaglia pensa a me
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Nessuno potrebbe mai pensare di trovarsi con un cadavere tra le braccia. A nessuno verrebbe mai in mente che una notte di passione, una notte che deve ancora cominciare, si trasformi nella lenta agonia della donna con cui si sta per avviare una possibile relazione extraconiugale. È esattamente questo quello che accade a Víctor e Marta: la donna lo invita a cena nel suo appartamento mentre suo marito Eduardo è a Londra per un viaggio di lavoro. C’è solo il figlio di due anni con loro. I due si conoscono poco, stanno lentamente prendendo confidenza, cenano, parlano, fanno in modo che il bimbo – a fatica – si addormenti per ritagliarsi un po’ di intimità, per vedere se saranno travolti dalla passione. Hanno una intera notte davanti a loro. Eppure Marta si sente male. Víctor non sa che fare. La accudisce. Le parla con dolcezza. Non immagina quel che stia accadendo e considera che tutto sia un malessere passeggero. L’ultima immagine che vedrà di Marta è la sua nuca. Poi proverà a contattare suo marito a Londra, preparerà del cibo al bimbo appena sveglio. E andrà via. Portando con se solo il reggiseno impregnato dell’odore di lei: “rimane l’odore dei morti quando non rimane altro di loro. Rimane quando rimangono ancora i loro corpi e anche dopo, una volta lontani dagli occhi e sepolti e scomparsi. Rimane nelle loro case fino a quando non le si fanno arieggiare e sui loro indumenti che ormai non si lavano più perché ormai non si sporcano e perché si trasformano nei loro depositari rimane su un accappatoio, su uno scialle, sulle lenzuola, sugli abiti che per giorni e a volte per mesi per settimane e anni pendono dalle loro stampelle in mobili ignari”…

Javier Marías si cimenta in una lunga, complessa e tortuosa meditazione sulla morte: “Domani nella battaglia pensa a me” è infatti un passo del Riccardo III di William Shakespeare. La scelta della citazione non è, ovviamente, casuale. Tutto gira attorno alla morte, è un’esortazione a non dimenticare, a guardarla in faccia la morte, a non temerla, ad affrontarla nella maniera più naturale possibile anche quando – nella “società liquida” in cui viviamo – è difficile e sconveniente parlare della dipartita di chi ci circonda. Víctor, il protagonista, si aggira nella casa di Marta come un leone in gabbia, avvolto nelle sue elucubrazioni, perso nei meandri dei suoi pensieri e non ha il coraggio di guardare il corpo senza vita di Marta. La lettura non è semplice. L’autore ha una prosa sofisticata, “ciceroniana”, con periodi di ampio respiro. Il lettore deve armarsi di calma, di pazienza. È un testo questo che va letto con lentezza, che va assaporato in ogni suo aspetto. Javier Marías si conferma uno dei più grandi scrittori viventi. Lo si può amare, oppure esserne – per restare in tema – mortalmente annoiati. Non ci sono vie di mezzo. “Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori”.



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