Dombey e figlio

Paul Dombey ha circa quarantotto anni, è calvo, ha la pelle rossiccia, è impettito, atteggiamento tipico di chi ha troppa considerazione dei propri meriti. La sua fronte è solcata da rughe e anche quando ammira compiaciuto il figliolo tanto desiderato, la sua espressione muta poco. Paul junior è destinato alla ditta “Dombey e Figlio”. Nuova generazione, nuovo erede, nuovo socio in affari. Sei anni prima di lui è nata una graziosa bimba, ma quella bimba, Florence, non vale nulla nel “capitale costituito dal nome e dalla posizione della ditta, un figlio di sesso femminile era solo una monetina non sufficiente per un investimento – un maschio riuscito male – nient’altro”. Per Dombey è fondamentale, in seguito alla morte della moglie, concentrarsi sullo sviluppo, l’istruzione e il destino di questo prezioso bambino. Mette sotto contratto una balia che si occupi di svezzarlo, le vieta di affezionarsi a lui e, contando sulla differenza di classe, spera che lui non si affezioni a lei. Polly Toodle inoltre è un nome poco adatto per la balia, a Dombey senior non piace, pertanto fa stabilire da contratto che lo cambi in Richards, ha un suono più rispettabile e la rispettabilità per l’arrogante affarista è tutto. La buona Polly si trova così a essere fagocitata dalle tetre stanze della sontuosa villa Dombey, dove gelo e austerità la fanno da padrone e ogni piccolo gesto d’affetto verso Paul e Florence scatena rimproveri…

L’idea del romanzo (pubblicato a episodi tra il 1846 e il 1848) e la sua prima stesura vedono la luce durante un soggiorno in Svizzera. Contemporaneamente Dickens pubblica Impressioni italiane e ancor prima di completarlo già ragiona sul David Copperfield. Dichiara Steven Marcus: “Nello stesso tempo, Dombey e figlio è la prima delle opere dickensiane che si possa definire romanzo familiare. Perché prende in esame la società e l’esistenza individuale rappresentando la vita di una sola famiglia piuttosto piccola nel suo evolversi nel tempo”. Un approccio simile ad altri due capolavori pubblicati lo stesso anno: Cime tempestose e La fiera della vanità. È in Dombey e figlio che secondo Chesterton “Dickens colse con impressionante velocità e profondità le vere stranezze dell’alta società inglese”. Dombey è un pessimo marito, un pessimo essere umano, ma specialmente un pessimo padre. Il figlio per lui è importante solo come elemento funzionale alla sua grandezza personale. È una parola, non una persona, solo una parola da aggiungere all’insegna della ditta. Pessima madre è la signora Skewton, disposta a vendere la figlia Edith al miglior offerente, per ottenere beni e posizione. Tutti loro, in fondo, non sono che l’emblema della società a cui appartengono e forse i veri protagonisti dell’opera sono l’orgoglio e la vanità che essi incarnano. Nel romanzo vi sono inoltre alcuni riferimenti alla ferrovia che mettono in luce l’avversione di Dickens verso i treni, visti con sospetto. Un pregiudizio contro la modernità, che si rafforzerà in seguito all’incidente ferroviario che lo vedrà coinvolto nel 1865 a Staplehurst.



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