Don Giovanni a New York

Don Giovanni a New York

La morte? Può essere struggente come in Morte a Venezia oppure gloriosa, liberatoria, orribile, invocata e, soprattutto, ingiusta. La morte in Francia è spesso tragica: è morte che accade tra medici gelidi, chirurghe tanto presuntuose quanto incompetenti, infermieri letargici il giorno e la notte. Elvira subisce un’infezione polmonare diffusa. Si spegne sotto il soffio monotono del respiratore artificiale. Colette le paga un funerale di terza classe e l’affitto di un loculo al Père-Lachaise. “Avverto quel John o no? Meglio di no, altrimenti l’eredità, sempre che sia rimasto qualcosa, andrà al figlio; gli investimenti, se esistono, restino in America, per ora, poi penserò a come, nel caso, appropriarmene, bisogna che consulti un legale esperto in Diritto Internazionale”. Va a coricarsi pensando ossessivamente al denaro e non si risveglia: sperimenta la cosiddetta morte improvvisa. Dopo alcuni giorni, un tanfo terribile avvolge Place des Vosges et Les Sapeurs-Pompiers, muniti di maschere antigas, sono costretti ad abbattere la porta blindata dell’appartamento nel quale, per molti anni, è vissuta Colette. La sfortuna, emanata dal pur decomposto Elio Gabalo dal culo basso, cioè dalle gambe corte, aveva varcato l’Atlantico e raggiunto Parigi… Parigi, oh cara… Quanto costa, all’antico dirimpettaio di Colette, il funerale di sesta classe della donna, l’ex commessa di Dior a Palm Beach, con la quale condivide alcuni stanchi pomeriggi? Mille luigi. Oh, quanto piange l’homme âgé per la minima, pur nobilissima, spesa. Piange talmente che, durante quel giorno funereo, il suo corpo, disidratato, non avverte gli stimoli fastidiosi e continua a urinare, provocatigli dall’ipertrofia prostatica… Il CD con le Variazioni, dopo un mese, era già esposto nelle vetrine dei negozi di musica. I critici del “New York Times” e di altri quotidiani americani lo recensirono con quella particolare benevolenza che si dedica ai nuovi bravi autori, ma, non sapendo se inserirlo tra la musica classica o quella pop, lo relegarono tra la musica per ambiente…

Nato a Cleveland, ma ormai da tempo residente a New York, John è un bellissimo giovane biondo che vive e ama ‒ ammesso e non concesso che in una situazione come la loro si possa parlare di amore nell’accezione che siamo soliti dare a questa parola ‒ Leveret, un ragazzo di colore con cui condivide anche il concedersi (dietro congruo e lauto compenso, s’intende) a numerosi altri uomini. D’altro canto John è un pianista di indiscutibile e conclamato talento, ma da tempo ormai non può più suonare a causa di una fastidiosa tendinite che lo affligge dolorosamente: le sue mani affusolate e seducenti, capaci di dare corpo alle note, si paralizzano al solo sfiorare la tastiera di ebano e avorio. Il malessere è probabilmente di origine psicosomatica, dato che non sembrano esserci cause organiche che lo giustifichino. Il racconto che fa Giovanni Angelini, con una prosa che si presenta sin da subito come ampia e varia, armoniosa, densa di chiavi di lettura e capace di mantenersi credibile sia quando percorre i sentieri dell’abiezione e dello squallore ‒ qui rappresentato senza falsi pudori ‒ sia quando sembra raccontare finalmente di un riscatto, dell’occasione di una vita, attraverso l’incontro in verità un po’ destabilizzante di John con Elvira, prima della nuova caduta agli inferi, è infatti la descrizione icastica, vivida e compiuta di un mondo in cui ogni cosa ne sottende almeno un’altra, di un affollato microcosmo. Che, nel macrocosmo metropolitano della città del Greenwich Village, popolato da un’umanità che spesso porta i segni delle conseguenze di comportamenti poco responsabili per l’incoscienza di ritenersi al di sopra dei tiri mancini della vita ‒ per cui i personaggi paiono ritenere, in modo persino un po’ macabro, di dover sempre e comunque godere senza porsi domande (sulla diffusione dell’AIDS, per esempio) ‒ riproduce dal punto di vista emotivo il senso di inadeguatezza, di impotenza e di disillusione nei confronti degli ideali sociali, culturali e politici che vive il nostro povero tempo.



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