Donna in guerra

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Agosto 1970. Una coppia sta trascorrendo le vacanze estive in una casa in affitto sull’isola di Addis, di fronte alla costa campana. I due vivono a Roma: Giovanna detta Vanna o Vannina fa la pendolare per lavorare come maestra in una triste scuola di Zagarolo, tra ragazzi che la deridono e sbirciano giornaletti pornografici durante le lezioni e colleghi squallidi e indifferenti che lei dal canto suo evita, chiudendosi in una passiva apatia. La sua sola consolazione è Fidelio, un ragazzo torvo e silenzioso che tutti prendono in giro ma con il quale lei invece flirta teneramente. Giacinto invece fa il meccanico in un’officina della Capitale: è chiuso e meticoloso, apparentemente indifferente ai sentimenti della compagna. Quando fanno l’amore lui viene dopo pochi minuti e si addormenta, senza preoccuparsi mai del piacere di lei: se Giovanna affronta il problema, lui minimizza e dice che il sesso non è poi così importante. L’isola di Addis in quell’estate è popolata da strani personaggi. I vicini di Vannina e Giacinto sono una enorme famiglia napoletana arrogante e stracciona che ogni giorno getta immondizie varie nel giardino della coppia, incurante delle proteste. Al bar del paese ogni pomeriggio si vedono un inglese con una scimmietta e turiste straniere di mezza età che aspettano i ragazzotti locali che si prostituiscono. Giovanna è affascinata da Suna, una stupenda ragazza paralitica che vive in una splendida villa con i suoi familiari ricchi e debosciati e una “badante” accusata dalle popolane Tota e Giottina di qualsiasi nefandezza sessuale. Ogni mattina Giacinto va a pesca con Santino, un adolescente enigmatico sul quale Giovanna inizia a fantasticare…

Questo romanzo datato 1975 denuncia sin dal titolo la sua aderenza allo zeitgeist: la storia della giovane insegnante di origini siciliane che si riappropria del proprio ruolo, della propria individualità e del proprio corpo è decisamente “anni Settanta”. Le parole d’ordine del percorso di riscatto di Vannina sono femminismo, militanza, liberazione sessuale; i personaggi interagiscono tra loro, parlano, amano e persino pensano come oggi, col senno di poi, ci attendiamo che facciano giovani lavoratori della loro generazione. Persino dal punto di vista letterario e stilistico l’autrice paga pegno agli stilemi del suo tempo, ma riesce a farlo con talento, destabilizzando l’impostazione da “manifesto” di Donna in guerra mediante dosi massicce di realismo magico: in questa strana favola morale accanto alle figure per così dire iconiche dei due protagonisti – funzionali a trasmettere un messaggio sociale e politico – si muovono personaggi bizzarri e fascinosi. Le due grasse, gelose popolane con le loro botteghe dense di fumi e profumi e il loro linguaggio quasi stregonesco, tra il dialettale e l’onomatopeico; i bizantinismi dei ricchi decadenti, sospesi a metà tra bellezza e deformità; la gioventù così disperatamente pasoliniana, che trasuda sesso suo malgrado. Nel 1978 Sofia Scandurra ha tratto da questo romanzo il film Io sono mia, con Stefania Sandrelli, Michele Placido e Maria Schneider.



 

 

 
 
 
 

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