Donne a Milano

Donne a Milano
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Vera è una ragazzina quando incontra il suo futuro marito. Per una come lei, cresciuta in campagna, abituata a cose semplici e genuine, innamorarsi e sognare una casa, una famiglia è il sogno più ambito. Enzo è un uomo forte. Fa lo scalpellino. Saprà prendersi cura della sua sposa. Paga di queste illusioni, la giovane saluta i suoi campi, i suoi genitori, i fratelli e dopo vari traslochi giunge a Milano al seguito del coniuge. I figli arrivano subito; uno, due, quattro, e ancora oltre... La fatica si fa sentire ogni giorno tra quelle due anguste stanze in cui devono convivere numerosi. Enzo, oltretutto, non è la persona che Vera credeva. Beve e la mena puntualmente. Ma lei non si ribella. Ha paura che lui possa prendersela con i bambini. Così si rassegna a un’esistenza di botte e singhiozzi, finché una bella mattina il carnefice muore e una nuova vita, finalmente libera, bussa alla porta della vedova. Anche Laura abita in una gabbia senza neanche accorgersene. Le convenzioni, l’opportunità, il suo essere “semplicemente” donna, le impongono di tacere e sopportare quello che il destino ‒ magro e avaro ‒ riserva. Il punto è che il genere femminile, persino se rappresentato da esemplari modesti e mansueti, possiede risorse talvolta inimmaginabili. Laura, per esempio, a dispetto dell’epoca e della buona creanza, sceglie di diventare autonoma. Decide coscientemente di amare un uomo che non è suo marito e soprattutto impara a non sentirsi più in colpa e un passo indietro rispetto al mondo maschilista che la circonda. E Roberta? Certo, il marito non lo lascia. Non trova il coraggio per farlo. Anzi, continua a mandare giù i suoi ripetuti, inspiegabili e gratuiti insulti, che appunta su un quadernino. Però uno sfizio, che per lei simboleggia un atto di indipendenza a tutti gli effetti, se lo riesce a togliere. Un giorno qualunque si reca da un gioielliere. Sfila dal dito la fede del matrimonio e ordina di cancellare il nome del consorte e quella maledetta data di un’unione-capestro...

Poi ci sono Ada, Wanda, Nuccia, Lia, Gemma: le altre donne che popolano questo piccolo e denso libro di Carla Zanardi, giornalista pubblicista, al suo esordio narrativo con la casa editrice iacobelli. L’aspetto che connota ciascuna delle storie, al di là degli anni differenti in cui sono ambientate, è la città di Milano e in particolare la Milano dei Navigli, ricca di scorci unici, a riflettersi nelle acque dei canali vinciani e costellata dalle tipiche case di ringhiera, minuscole, l’una attaccata all’altra, con il ballatoio in comune, che è luogo di incontro, di scambio, di chiacchiere. Sembra che il tempo, come in un quadro, non scorra mai. Via Scaldasole, Corso di porta Ticinese, via Arena... nelle pagine di Zanardi ci rimandano l’eco di coloro che le hanno attraversate, amate, odiate prima di noi. Le protagoniste, lungi dall’essere eroine, si prestano, senza rendersene conto, a riempire alcuni fondamentali tasselli di quella memoria che riguarda un po’ la Storia di tutte le donne, dai primi del Novecento fino a oggi. Percorrendo le due Guerre, gli anni del Fascismo, il boom economico dei favolosi ’50 e ‘60, la voce onnisciente dell’autrice grazie alle testimonianze che ha raccolto pazientemente ci rammenta i cambiamenti della nostra società, secondo lo sguardo di ragazze, signore, che pur non avendo sconvolto il tragitto disegnato per loro nei secoli dei secoli dai Padri, sono state capaci di ricavarsi “una preziosa, indispensabile stanza tutta per sé”, nella quale hanno coltivato semi di orgoglio e dignità contro la malasorte.



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