Donne smarrite uomini ribelli

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Cinquantenne che vive di rendita, a Emilio non serve lavorare. È già sufficientemente impegnato col suo disturbo bipolare di tipo 2: l’appuntamento con lo Xanax, gli altri medicinali, cercare di non fare casino coi dosaggi. Vive in una non meglio precisata Città Grande. Ha da poco chiuso con Elisa, una ragazza trentenne che lavorava in una libreria e che presentava ogni tanto qualche evento letterario. Il loro rapporto è finito per noia, assuefazione, incompatibilità. Lei chiedeva a Emilio di accompagnarla agli eventi letterari, ma lui si annoiava e finiva per uscire dalla sala, oppure restava e faceva l’antipatico con gli amici di lei; dopo ore di discussione su che film andare a vedere, decideva lei per film pesanti e interminabili e capitavano sempre nei cinema che avevano vicino una libreria dove Elisa si perdeva regolarmente tra gli scaffali. Lei aveva scatti di nervi bruschi e improvvisi, quasi isterici. Alla fine Elisa se ne va. Emilio resta abbastanza annichilito dalla fine della loro relazione. Decide di iscriversi a Tinder e da qui partono una serie di incontri tra il triste e il desolato, tra lo spaesato/a che si è appena mollato/a e che posta foto dove sorride e si mostra al meglio delle sue possibilità (sempre photoshoppate) e chi cerca semplicemente una sistemazione. È il caso della coreana Rosa Lee che, al primo appuntamento con Emilio si trasferisce armi e bagagli da lui, solo per fuggire al suo ex manesco; Dolores che va a letto con Emilio solo per vendicarsi del marito e lui di Elisa; Orsola con cui Emilio passa una notte di sesso da dimenticare. Poi incontra Ondina, giovane e derelitta psicotica...

Non è così per tutti? Ci sono libri che vorresti non finissero mai. Ci sono libri che tu stai cucinando e pensi a “come sarebbe andata se” e mentre i funghi si attaccano alla padella tu ti dici che in fondo l’Alto Adige è stato veramente ingannato. Cose così. Libri così. Empatici, prepotenti, irruenti, dolenti e bellissimi. Poi, invece, incontri libri molto più al di sotto anche della friendzone, che mandi avanti perché è la tua professione/passione e il rispetto per chi scrive è deontologicamente dovuto. Ecco, questo lavoro di Paolo Bianchi, giornalista biellese che ha già pubblicato altri romanzi e saggi, rientra in questa categoria. Perché? Perché se caratterizzi il tuo personaggio in un certo modo, eh, poi devi anche mostrarlo: se Emilio soffre del disturbo bipolare di tipo 2, bisogna bene che oltre a fargli trangugiare Xanax, tu gli faccia avere almeno una crisi ipomaniacale o un umore abbastanza alterato, un moto ondoso. Insomma. Giusto un po’ di rabbia verso Elisa che l’ha abbandonato e che gli fa dire “così alla fine mi è montata una rabbia, che quando ho sentito che cominciavo a provare simpatia per gli autori dei cosiddetti femminicidi…” Alt! Qualsiasi cosa tu faccia dire al tuo personaggio, al di là del fatto che sia un pensiero anche tuo o no, “cosiddetti femminicidi” esprime un giudizio negativo perché dubbioso riguardo un eccidio terrificante, comprovato, riprovato! E io, qui, ho cominciato a detestare Emilio, a fregarmene delle sue vicende e a lasciare il libro in balia della scrivania. Poi il bla bla di cui sopra ha avuto il sopravvento. Se la storia narrata stenta a prendere non dico il volo ma almeno ad alzarsi un poco, se il tuo personaggio principale è già di suo anempatico e poi se ne esce pure con frasi così infelici, lo vedo difficile il pollice alto. Sarà mica un misogino, il Bianchi? Perché, oltre alla frase di bieco maschilismo che ho citato prima, il ritratto che ne esce, di tutte queste donne anche di “una certa età”, così irrisolte, deluse, nevrotiche, alla forsennata ricerca di una scopata, con le foto ritoccate e le bocche a culo di gallina (che, per carità, esistono) è cinico, troppo, e un tantino generalizzante. Se questi sono gli uomini ribelli…



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