Dostoevskij - Una sceneggiatura

Prima scena. Pietroburgo nell’estate del 1880 è distrutta dalla rivoluzione. Dostoevskij decide di andare a far visita ad un giovane scrittore, Gušev Michaìl Invànovič, internato nel reparto malattie mentali di un ospedale della città. L’esperienza è agghiacciante: Dostoevskij si trova davanti un ragazzo magro, di un’indifferenza impenetrabile. Vuole parlargli, della sua malattia magari, di cosa si prova a sapersi folli, ma il giovane si rifiuta di assecondarlo, si scalda, urla. Dostoevskij è costretto ad andare via. Seconda scena. Dostoevskij viene arrestato con l’accusa di appartenere ad una società segreta e di complottare contro la Chiesa ortodossa e il trono imperiale. Il Tribunale emette la sentenza che condanna Dostoevskij alla pena capitale, salvo poi commutarla. Dal carcere di Pietroburgo, la Fortezza di Pietro e Paolo, Dostoevskij è deportato in Siberia dove sconterà la pena ai lavori forzati. Terza scena. Sono passati dieci anni, Dostoevskij è rientrato a Pietroburgo ed inizia ad imbastire una vorticosa relazione con la giovane Polina Suslova. Qui il Dostoevskij malato d’assoluto esplode in tutta la sua portata. Salta da un eccesso all’altro, s’indebita giocando forte, alterna momenti di passione fulminea a distacchi duri e perentori. Fino a che non si ritroverà perdutamente tra le braccia della sua stenografa, Anna Grigòr’evna, che diventerà la sua seconda moglie e definitivamente il porto sicuro e tranquillo nel quale Dostoevskij si rifugerà fino alla fine…
Quando Michael Cimino chiese a Carver di occuparsi di una sceneggiatura per un film su Dostoevskij era il 1982. Allora Carver insegnava all’Università di Syracuse ed era intensamente impegnato sull’ultimo racconto della raccolta Cattedrale e soprattutto nella revisione dei testi che sarebbero entrati a far parte dell'antologia Voi non sapete che cos’è l’amore. Decise di buttarsi nell’avventura, che avrebbe richiesto parecchie energie, tutte da spendere nel minor tempo possibile, e volle coinvolgere anche la sua compagna Tess Gallagher. Tess in quel periodo aveva ottenuto un congedo dai suoi compiti alla Syracuse e stava trascorrendo un periodo a Port Angeles, in California, per assistere il padre malato terminale di cancro al polmone. C’era un copione che andava seguito ma Carver si rivelò totalmente incapace di farlo. Fu sul punto di arrendersi quando decise di dimenticarsi della versione originale, il manoscritto rifilatogli da Cimino, e di buttare giù una sceneggiatura nuova di zecca. Il lavoro a quattro mani fu selvaggio e vorticoso: alla scrittura di Raymond seguivano le correzioni e la riscrittura di Tess, alle quali seguivano nuove modifiche di Raymond e così via. Il risultato fu un copione proibitivo lungo 220 pagine di cui Cimino fu entusiasta. Come moltissime sceneggiature, tuttavia, questa rimase per sempre nel cassetto. Il film non si fece mai. A noi che oggi la leggiamo, però, resta il gusto di scoprire un Carver nuovo, assolutamente atipico rispetto alla sua produzione classica. Con un’inversione che non ti aspetti, mette da parte il suo stile per addentrarsi più agevolmente nella vita del genio russo. Con pennellate brevi ed accese Carver e la Gallagher sono stati in grado di immortalare i momenti più alti e più bassi della vita di Dostoevskij, la febbrile rincorsa alla notorietà, la voglia di affermazione economica e letteraria e poi l’abbandono alla dissipazione, seguendo in quest’altalena il carattere per nulla lineare dello scrittore. La cosa più bella, ed anche la più lampante, che resta al lettore al di là della potenza del soggetto narrato, è il mantenimento costante del personaggio sul filo della disperazione, dal momento in cui è ripudiato dal suo primo editore che prima lo aveva incensato, alla Siberia in cui si ritrovano le scene struggenti di “Memorie dal sottosuolo”, all’amore distruttivo per Polina. Non scende mai Dostoevskij da questo filo, nemmeno quando trova quella tranquillità sempre e comunque inquieta, se è possibile, verso la fine dei suoi anni accanto ad Anna. Ancora una volta, Carver ci stupisce e ci affascina non tanto per quelle perle a cui ci ha abituati con i suoi racconti, ma proprio per la bravura, assieme a Tess, di scomparire totalmente dal testo che resta senza impronte, senza firma. Addirittura, della traccia tipica della letteratura nordamericana non resta praticamente nulla, spazzata via da quel pathos viscerale che è invece tipico della letteratura russa. Che Carver potesse tanto, non ce lo saremmo aspettati neanche noi, suoi accaniti lettori.

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