Dove è sempre notte

Dove è sempre notte
Dublino, anni '50. Città avvolta da un’ipocrisia cattolica e da un’aura perbenista assai poco credibili. Atmosfere dark e piovigginose, notte imperante, vento sferzante e nebbie sottili che bagnano una miriade di porte di pub fumosi nei quali si respira aria stantia e le pareti trasudano delle confessioni dei suoi avventori. Alcol per dimenticare, sigarette che cuociono la bocca e bruciano la gola ed un mistero da svelare. Quirke, anatomopatologo curioso e testardo e Mal, suo cognato, neonatologo di grande successo, sono due facce di una stessa medaglia. Vicini eppure distanti come due satelliti. Due uomini che si occupano di nascita e di morte, dell’inizio e della fine, e che la vita ha messo contro per questioni sentimentali. Quirke è orfano, adottato dal giudice Griffin (padre di Mal) ed è vedovo di Delia, morta di parto insieme alla bambina a cui ha dato la luce, mentre Mal è sposato con Sarah, sorella di Delia e passione mai dimenticata di Quirke (giusto perché al lettore masochista piace confondersi sin dalle prime pagine). Nel corso di una festa in ospedale, Quirke si rifugia nel suo studio, come è solito fare quando ha bisogno di solitudine, e scopre il cognato intento a falsificare la cartella clinica relativa al decesso di Christine Falls, giovane donna morta apparentemente di embolia polmonare. Ma dietro a quella cartella clinica si cela una verità molto distante da quella ufficialmente rivelata...
Il romanzo, il cui titolo originale è proprio “Christine Falls”, è un elegante giallo a tinte noir, che intriga e coinvolge. Chi è Christine e per quale ragione Mal ha cercato di inquinare la realtà falsificandola? Questa domanda è quella intorno a cui orbitano tutte le vicende narrate e tutti i personaggi coinvolti. Sullo sfondo di ogni vicenda l’orfanotrofio del St.Mary, luogo apparentemente dedito ad una buona causa che nasconde traffici ben diversi da quelli che dichiara. John Banville non è solo un giallista, non è solo abile nell’intessere una vera e propria spy-story dal gusto retrò, ma ha uno stile talmente tangibile che gli stati d’animo dei personaggi sono esperibili e percepibili. Quirke è una figura tratteggiata alla perfezione: ombroso, scontroso, cervellotico e con quel suo andamento claudicante che lo rende fascinoso e dannato, diventa voce narrante e detective improvvisato eppure brillante, cosicché il lettore può immedesimarsi in lui, come se fosse lui stesso a condurre le indagini e a tentare di far emergere il dispiegarsi finale degli eventi. Banville sa costruire la tensione e sa come tenerla alta, così come sa trattare i sentimenti, le passioni e gli amori giovanili, gli astii ed i risentimenti senza mai perdersi nell’intreccio e senza mai smettere di incuriosire e di avvincere. Il finale è illuminante, è chiarificatore, non lascia l’amaro in bocca perché poco definito, al contrario ci da la meravigliosa sensazione di avere risolto un caso, di avere chiuso una pratica, così da poterla archiviare con soddisfazione, senza per questo dimenticare la via che fin lì ci ha guidati.

 

 

 

 
 
 
 
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