Dove un’ombra sconsolata mi cerca

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Venezia, 1934. Guido ha quattro anni quando Adolf Hitler fa visita a Venezia. Il bambino ricorda la distesa di teste e l’uomo che lo carica sulle sue spalle perché possa vedere meglio e poi la voce di suo padre Marc’Aurelio, ma che tutti chiamano il Comandante, che dice:”Non so cosa succederà, ma ora che il duce si è messo con quel cafone tedesco penso proprio niente di buono”. Guido vive la sua infanzia e la prima adolescenza in laguna, un luogo misterioso e magico, “dove l’eco non è di casa”, in un mondo ibrido, di terra e acqua che sa di cicoria bollita, di detersivo e fogna. Sono gli anni dell’entrata in guerra e poi dell’armistizio, con tutte le conseguenze che investiranno anche la sua famiglia, dominata dal padre che lavora in Marina e che dipinge mappamondi, vive di numeri, angoli, rotte, mentre la madre affronta la vita con il naso, fiutando il tempo, le cose, le persone. Guido cresce tra due fuochi buoni, quello della scienza e della fisica e quello della poesia. Uno dei due, lentamente si spegne, è il bambino lascia il posto al ragazzo. La sua amicizia con Scola, di umile estrazione sociale ma con una capacità di ascoltare non comune, lo porta a diventare una staffetta partigiana, per piccoli messaggi in codice dei quali non conosce il significato. Nella laguna veneta scopre un sottobosco di individui affascinanti e misteriosi, come la vecchia zingara Sussurro e la bella somala Maria. La vita di Guido, in quegli anni, sembra un’avventura brigantesca, nonostante il dolore della perdita e il rischio di venire arrestati, fino a quando non emerge il sospetto che all’interno della rete di partigiani vi sia una spia che va scoperta e giustiziata, prima che l’intera organizzazione sia compromessa, esponendoli al rischio di essere catturati dai fascisti…

Queste pagine vengono dall’ascolto della mia città-arcipelago, un impasto di eros e fango, di pietra e d’argilla che in tempi lontani uomini braccati dal destino avverso edificarono nella speranza – vana e ricorrente – d’imbrogliare la morte, e al mistero del tempo e della felicità sono dedicate”. In principio, le parole dell’autore riescono già a socchiudere la porta che ci introdurrà in un mondo che, seppure dominato dallo spettro di una guerra reale, ci appare magico, misterioso e affascinante. Il merito, oltre che della trama interessante e dello spessore dei suoi personaggi, tutti nessuno escluso, è certamente anche della meravigliosa e melodiosa scrittura di Andrea Molesini. Come lui stesso ci dice, più che leggere le pagine, vi sembrerà piuttosto di ascoltarle dalla voce della laguna stessa, dai pali che sorreggono Venezia. La musicalità della voce di Molesini ti resta dentro. Accompagna le parole dei personaggi, li sorregge e li veste. Carlo vive tra più mondi diversi che si incontrano. L’acqua e la terra della laguna, i numeri e la poesia dei suoi genitori, l’amore e l’odio, la verità e la menzogna. Anche noi diventeremo grandi assieme a Guido, la sua crescita fisica e intellettuale è anche la nostra. Bisognerà ascoltare, però, la voce dell’acqua, della neve che cade, sentirne gli odori. Perché tutto è ascolto, nella vita. La saggezza ha un suono, così come l’amore, la passione, l’amicizia e la ferocia ne hanno uno ben definito. Andrea Molesini ci insegna poi a guardare col naso, ad annusare con gli occhi e a respirare la vita della laguna, incrocio di pietra con acqua, di acqua salata con acqua dolce, dove lo sguardo affonda e si perde nei canneti. Libri come questo ti restano dentro, continuando a parlarci della loro storia anche quando avrete chiuso l’ultima pagina, affidando il volume agli scaffali della libreria.

 


 

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