Dovrei essere fumo

Dovrei essere fumo

Alberto è un ex militare che ha un passato davvero scomodo da nascondere anche da sé stesso e che ha cercato di cambiare vita cominciando da gesti semplici e abitudinari come andare a correre ogni mattina su una spiaggia sconfinata e fermarsi poi sempre nello stesso bar a bere una spremuta. Un giorno lo avvicina un uomo e gli offre un incarico delicatissimo e importante perché sa che Alberto Corini è l’uomo giusto a cui affidarlo. Lui accetta e si ritrova in una clinica bunker, sorvegliante di Nils Schwarz, un ultranovantenne gravemente malato ma che si ritiene minacciato dal suo stesso male. Emile Reiman è un ebreo francese che arriva a Auschwitz nel 1942 e a cui viene affidato l’incarico terribile del carico-scarico merci nei forni crematori. Nonostante l’orrore e la lacerazione della sua anima, Emile sopravvive e viene liberato dal campo nel 1945. Ma ormai è un altro uomo, un essere umano che odia la sua stessa vita. Intanto, nella clinica che nasconde la stanza segreta dove giace Schwarz, Alberto è disorientato ma anche ben deciso a scoprire chi è davvero il mandante di questo incarico. Ad aiutarlo nel suo percorso di conoscenza e anche di destino personale ci sono due donne, Morgana e Cleo, che in qualche modo rimandano a una storia molto più lontana e a delitti mai scontati. Ma quale è il legame che intreccia tutte le storie e tutti i personaggi e chi è o chi è stato Nils Schwarz?

“Arrivammo ad Auschwitz nel settembre del 1942 e delle mille e cinquecento persone che costituivano il convoglio, io fui l’unico a ritornare indietro vivo”. Dovrei essere fumo è un romanzo difficile e lo è già dal titolo. Affrontare argomenti come la Shoah è sempre complicato, oltre che doloroso, ma è anche e soprattutto importante perché la memoria è la più grande arma di difesa e di prevenzione che abbiamo come esseri umani di fronte al male del mondo. E degli altri esseri umani. Perché chi uccideva, torturava, riduceva le persone in fumo nei campi di concentramento dopo averle strappate dalle loro vite e imprigionate erano altre persone in carne e ossa come le vittime. Certo, esseri spregevoli e senza cuore, ma pur sempre persone. E lo dice chiaramente anche Emile Reiman nel suo diario: “Era il nostro lavoro. Eravamo lì per quello. Non importava se li avevamo visti vivi pochi istanti prima. Non importava se tra loro avevamo parenti o amici”. È questo il vero dramma dei sopravvissuti della Shoah: fare i conti con l’orrore che hanno vissuto e che li ha lasciati miracolosamente andare. Dovrei essere fumo prova a raccontare tutto questo e lo fa senza distacco emotivo e calcando sulla sensibilità che accompagna la tragedia e la vendetta. Patrick Fogli in questo è insuperabile, adatta la sua scrittura a quello che racconta. E sì: alcune pagine sono da brivido, ma il tema e quello che è, trattarlo in un altro modo lo avrebbe sminuito nella sua essenza. Il romanzo è bello, importante e merita di essere letto assolutamente.



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