Dreadlock!

Dreadlock!
Nella Bologna percorsa da fremiti neofascisti e razzisti dei nostri giorni c’è un nuovo supereroe e decisamente non è come potevamo immaginarcelo. Dreadlock non è un alieno paladino del bene come Superman né un giustiziere à la Batman: quello a cui ci troviamo di fronte è un’entità sovrannaturale – un demone – che possiede Matteo, laureando in filosofia, ogni volta che fuma una ganja speciale, che si dice cresciuta sulla tomba di Re Salomone. Il nostro studente, né buono né cattivo, solo un po’ più consapevole degli altri, dopo qualche tiro si trasforma in un essere dai lunghi capelli rasta capace di governare gli elementi a suo piacere: la terra, il vento, l’acqua rispondono al suo tocco, il suo potere è “un poter chiedere e un favore che ricevo”. Cercando d’arginare l’ondata di violenza che percorre quella che ai suoi occhi appare come una novella Babilonia, Dreadlock fronteggia le schegge impazzite di un sistema che in realtà ne sono il frutto più autentico. Dalle ronde squadriste che danno la caccia agli immigrati armate di tutto punto alla banda dei Laureati, disoccupati che hanno deciso di convertire il loro titolo accademico in un lavoro: svaligiare banche. Con la maschera di intellettuali come Pasolini e Eco a celare i volti, rapinano e distruggono, lasciandosi alle spalle una scia di morti e di pagine di libri sottolineate con cura, citazioni in cui si può leggere il senso della loro ribellione suicida. E poi ci sono i Destatori, che cercano di svegliare a suon di bombe le coscienze addormentate della generazione abbrutita dalla televisione e dai social network, come se l’esperienza del dolore insensato potesse essere l’unica via per ricominciare a “sentire” qualcosa, a esperire i sentimenti veri, non la loro simulazione virtuale. Preso nel vortice degli eventi, Dreadlock cerca di evitare le catastrofi che si compiono sotto i suoi occhi ma invano, perché nemmeno la magia degli elementi può deviare il corso di questa umanità e di questi tempi oscuri…
Con uno stile plastico, fumettistico, Jacopo Nacci tratteggia un’opera fondamentale per comprendere i giorni che ci troviamo a vivere: un libro-ostrica che nasconde più livelli di lettura e allo stesso tempo si lascia divorare con gusto. Il percorso iniziatico di Matteo è prima di tutto il passaggio all'età adulta: sempre difficile, sempre complesso per una generazione che sembra destinata a non crescere mai, estromessa dalle posizioni lavorative e decisionali, impossibilitata a trovare un ruolo in una società che la vuole solo spettatrice e consumatrice. Ma c'è di più, il viaggio di Matteo è la ricerca di tutto quello che ci è stato portato via: la capacità di provare empatia, amore, dolore ma anche felicità in maniera sincera e autentica va riconquistata, il cuore atrofizzato deve ricominciare a pompare sangue e a sanguinare a sua volta. L'eterno conflitto tra la via della mente e la via del sentimento percorre sotterraneo tutto il libro. Matteo scrive una tesi sulla differenza tra la filosofia dei domenicani e quella dei francescani nella mistica occidentale, oscillando fino alla fine su chi avesse ragione: i primi che sostenevano il primato dell'intelletto o i secondi che propugnavano quello dell'amore. La dicotomia ritorna nell'opposizione tra i Laureati e i Destatori, ma anche se vogliamo nella scissione tra Matteo e Dreadlock. Alla fine, chi vince? Nessuno perché se il cuore in Babilionia è solo simulazione anche l'intelletto è falsa coscienza. Il confine tra bene e male è stato sfondato da un sistema che divora e crea continuamente se stesso e forse non c'è soluzione, se non quell'entropia che inesorabile corre verso la distruzione e che trascina tutti con sé: senza sommersi e senza salvati.

 

 

 
 
 
 
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