Droga - Storie che ci riguardano

Fin dall’inizio a Torino il Gruppo Abele disse “no” alle droghe con nettezza e intransigenza. E diede aiuto ai drogati. A quel tempo era in vigore una legge sulla droga che portava al carcere o al manicomio. Nel 1973 don Ciotti mise in piedi il “Molo 53” in via Verdi, primo spazio in Italia aperto giorno e notte, gestito insieme ad alcuni generosi medici e farmacisti contrari all’imposizione di denunciare le persone tossicodipendenti. Sulla base dell’esperienza sul campo, nel 1974 attivò la cascina Abele a Murisengo (da cui il nome del gruppo) e, nel giugno 1975, con la tenda in piazza Solferino fece partire un digiuno collettivo distribuendo materiali per proporre una via che combattesse davvero e meglio la diffusione dell’eroina nelle scuole, le morti per overdose, la criminalizzazione dei giovani tossicodipendenti. Arrivarono consensi e contatti da tutt’Italia, i Ministeri competenti furono indotti a incontrare il Gruppo Abele e altre comunità di volontari, le forze sociali e politiche si scossero, a fine anno fu approvata una legge nuova (685) che finalmente considerava il consumatore di droga una persona da aiutare non un delinquente da incarcerare, e istituiva una rete di servizi. Molte sostanze psicoattive legali e illegali sono poi passate sotto i ponti. Il Gruppo Abele è una delle più importanti realtà di militanza per i diritti civili d’Italia e d’Europa. Il suo fondatore e animatore resta un sacerdote (la strada come parrocchia) ormai famoso nel mondo, don Ciotti. Ora Pio Luigi Ciotti (Pieve di Cadore, 1945) ci consegna un testo semplice e chiaro per fare il punto sulla lotta alle droghe nel nostro paese, con comparazioni internazionali, divulgazioni scientifiche, indirizzi normativi. Partendo sempre dal vissuto delle persone, per questo è un libro da leggere, meditare e consigliare. L’obiettivo è una consapevolezza diffusa del problema in ogni ambito, per la propria vita e per i contesti sociali, senza la strumentalità di messaggi facili e di mali assoluti…

Partiamo dal sottotitolo, Storie che ci riguardano. Dopo il prologo che illustra il quadro aggiornato del problema e ribadisce di cominciare da scuole e famiglie per affrontarlo (suggerendo di continuare sempre il confronto con gli operatori e di non parificare il trattamento penale di droghe pesanti e droghe leggere), ognuno dei 13 capitoli dell’agile volumetto inizia con una o più testimonianze (solo l’ultimo, con una citazione di papa Francesco), qualcuno che racconta il proprio stretto doloroso rapporto con la tossicodipendenza, invitandoci appunto a farcene tutti carico con accoglienza, riconoscimento, corresponsabilità. Dopo uno o più casi veri narrati (di ieri e di oggi), vengono illustrati i dati ufficiali, le definizioni tecniche, i nessi istituzionali. Di droghe è meglio parlare al plurale: ognuna ha le sue proprietà, produce effetti e danni di tipo diverso, possiede differenti gradi di pericolosità, prevede specifiche modalità di assunzione, mostra circuiti di reperibilità e di spaccio spesso differenziati. E alcune sono pure legali come tabacco e alcol. Cambiano le età d’iniziazione (perlopiù precoce); internet ha accentuato le solitudini psicologiche e materiali (per le quali non siamo “educati” a ridurre il danno); la millenaria storia di usi e abusi strumentali delle sostanze psicoattive mescola medicina, religione, ricreazione, dipendenza, schiavitù; tutto sempre con tante troppe morti, non diminuite da scelte proibizionistiche e leggi repressive; chiedere tempestivamente aiuto è l’opzione decisiva, cui devono corrispondere strutture adeguate, all’assistenza non alla detenzione; la vicenda della legislazione italiana è contraddittoria e va esaminata alla luce dei numeri e dei risultati, serviva e serve educare di più e punire di meno (i singoli consumatori); il connesso problema dell’AIDS è diminuito ma non scomparso; alla radice continua a guadagnare chi gestisce il narcotraffico, un’industria di morte che impiega milioni di persone ma ne arricchisce poche centinaia (in connessione con gli imprenditori di potere e denaro, oltre che con chi investe sulla paura invece che sulla conoscenza); la legalizzazione di alcune sostanze (viste la permanenza di tabacco e alcol e l’invasione di quelle sintetiche) potrebbe sottrarre profitti ai traffici e aiutare dissuasione dal consumo. Conclusione: la cultura del limite non è rinuncia ma scoperta di felicità.

 


 

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