Drown (a picco)

Drown (a picco)
Mami lavora duro alla fabbrica di cioccolato, e l'estate – quando le scuole chiudono – spedisce i due figli in campagna: qui i due ragazzini tagliano la legna per loro zio, si prendono a cazzotti, pescano jaivas nei ruscelli, passano ore a passeggiare nella speranza di incontrare ragazze che invece non incontrano mai e la notte prima di addormentarsi parlano per ore – soprattutto di Ysrael, il bambino a cui un maiale anni fa ha divorato la faccia rendendolo un mostro - ascoltando i ratti che sgambettano sul tetto di zinco. Anni dopo, una volta trasferiti negli Usa, i due fratelli devono sorbirsi un party a base di tostones e pastelitos fritti (ingoiati davanti alla tele guardando per la centesima volta Bruce Lee e Chuck Norris combattere al Colosseo) per ogni fottuto parente che riesce ad emigrare. E ogni santa volta al fratello più piccolo è rigorosamente vietato mangiare prima e dopo il party per evitare che vomiti in macchina. Lui naturalmente non sente ragioni e mangia di nascosto, e altrettanto ovviamente vomita, condannandosi alle bestemmie e ai rimbrotti del padre per tutta la durata del percorso dal New Jersey al Bronx e ritorno...
I racconti d'esordio del futuro Premio Pulitzer Junot Díaz – pubblicati quasi tutti sul New Yorker – rappresentano un curioso esperimento letterario, e cioè la reiterazione di un unico tema in dieci varianti differenti tra loro ma non troppo, con personaggi differenti tra loro ma non troppo (a proposito di reiterazioni): tipicamente adolescenti domenicani che vivono con una madre lavoratrice abbandonata o maltrattata dal suo uomo, che tira avanti la famiglia da sola tra l'amarezza e il rimpianto. Sono dieci racconti venati di tristezza ma anche di colori caraibici, di degrado ma anche di un afflato popolare che fa simpatia. Nel protagonista mai nominato di questa storie narrate in prima persona non è difficile riconoscere lo stesso autore - l'esperienza prima a Santo Domingo della speranza dell'emigrazione e poi dell'immigrazione negli Stati Uniti è esattamente il percorso fatto dalla famiglia di Díaz – ma è arduo distinguere la fiction da ricordi d'infanzia volutamente diluiti e deformati al fine di renderli esperienze simboliche, sociali più che personali. Lo slang e la cultura dei domenicani di seconda generazione che popolano i sobborghi industriali del New Jersey sono resi con grande talento espressivo, e fa quasi rabbia che per vedere pubblicati i racconti di un autore così valido qui da noi (con 12 anni di ritardo) se ne sia dovuta attendere la consacrazione internazionale.

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