Duchessa del nulla

Duchessa del nulla
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Una penna illuminata ci racconta di una donna senza nome e di un bambino, non il suo, anch’egli senza nome. La donna innominata, autoproclamatasi “duchessa”, è un’ex cassiera di banca che ha abbandonato il marito bavarese ed ora vive a Roma con Edmund e il fratello di Edmund. Un mattino Edmund sparisce senza una spiegazione e la donna si ritrova da sola con il bambino.  Inizia così il suo percorso di istruttrice del fratello di Edmund, di giornate fatte di nulla, a spasso per la città in cerca di un cappello o di occhiali da sole. Di caffè e paste offerte da Toby, in un bar triste, “da stazione” come lo definisce lo stesso bambino. Di sigarette fumate una dopo l’altra, nell’attesa che Edmund invii dei soldi o che  torni la voglia di mettere il naso fuori casa. Di passeggiate sconclusionate e soste davanti ad una chiesa che, tolta la cupola, sembra una “gran bolla d’aria fritta”. Di chiacchierate sull’inutilità della scuola e di un’istruzione convenzionale, sull’incapacità della duchessa di fare una torta e sul suo essere una donna dura. Il tempo passando rende sempre più vagabonde le loro giornate e vuote le loro tasche, ma le ristrettezze economiche non impediranno ai due di rafforzare il loro delirante legame, sempre più strambo, e infine di trovare una via di salvezza nel vicino di casa, il signor Marcolini, che offrirà loro un “lavoro”. Finché la stravaganza della duchessa non cambierà ancora una volta le cose...
Molto si è già detto di questa giovane autrice evocatrice di miti letterari facili da scovare, abile ammaestratrice di parole e scienziata del nulla. In una storia che parla di nulla, l’obiettivo non è affascinare con una trama ben congegnata o dialoghi ben costruiti: l’unico scopo, ben riuscito, è quello di intrappolare il lettore nella mente claustrofobica e maniacale della protagonista, una donna folle e priva di sfumature, dicotomica all’inverosimile. Divisa tra il suo dogmatismo illogico e la sua allergia all’amore e ai sentimenti in genere, e la sua profonda solitudine, il suo lato più “umano” che necessita, come per tutti, di conferme, di reazioni, e di affetto. Il bambino è un escamotage che tiene la protagonista ancorata alla realtà in un modo rabbioso, è il veicolo mediante il quale dichiarare guerra ogni giorno al mondo. L’amore è male. Bisogna resistergli. La scuola inibisce il pensiero e uccide l’unicità degli esseri umani. I poeti sono dei poveracci. Costretti a “tormentare il cervellino per cavarne immagini nuove”. La duchessa è contro il sistema, qualunque esso sia. E la sua insofferenza per quel bambino a cui è costretta a scaldare il latte ogni mattina e di cui è involontariamente responsabile è in realtà ampiamente sopraffatta dal suo bisogno di un compagno di vita cui raccontare i propri assurdi progetti futuri, le sue fisse maniacali per un cappellino o per il premio in storia vinto a dodici anni, e soprattutto il suo passato.  Roma è descritta solo strumentalmente, nella sua dimensione religiosamente e storicamente oppressiva, gli ambienti contano solo nel momento in cui urtano il fragile equilibrio della duchessa e del bambino. La prosa di Heather McGowan è inverosimile: l’intero romanzo non è altro che un monologo ininterrotto, a tratti fastidioso (spingendoci ad odiare la protagonista e gli occhi con cui guarda il mondo, facendoci desiderare di poter vedere, anche solo per un attimo, le cose da un’altra prospettiva, ed infine costringendoci ad accettare il destino che ci lega a filo doppio alla duchessa, delegandoci ogni responsabilità. Il lettore deve raccattare la storia, attaccare pezzi di puzzle e legare tra di loro gli indizi che danno un senso a questo trionfo dell’egocentrismo) e il flusso di coscienza scandisce il ritmo invadente che riempie ogni singolo millimetro di pagina. Ottimo esempio di romanzo retto non dalla sua storia quanto dal suo stile. E dimostrazione, dunque, di un talento indubitabile. A dispetto della convinzione dell’autrice che, per quanto riguarda la letteratura, “ormai tutto quello che possiamo fare è levarci il cappello al cospetto dei Maestri”.

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