Due o tre cose che so di sicuro

Due o tre cose che so di sicuro
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Dorothy è una bambina, ma già conosce il prezzo che si paga per “Non amare nessuna versione della tua vita tranne quella che hai inventato”, e lei, per fortuna o per istinto di sopravvivenza, ha un talento disperato nell’inventare storie. Appartiene a una generazione di donne con la testa china sulla fatica e i fianchi sformati dalle gravidanze, rassegnate alla brutalità degli uomini nei quali hanno sperato d’intravedere un barlume d’amore. Sua madre non fa eccezione, è sfiorita, piegata come le altre sorelle, tra le figlie da tirare su da sola, il lavoro, i soldi che non bastano, la dignità da preservare, fosse pure un briciolo. Poi incontra un uomo, diventa il suo patrigno; sembrava gentile, si rivelerà un mostro. Dorothy diventa donna, ha lottato per scrollarsi di dosso un destino segnato come un marchio di sopraffazione, affrancandosi dall’ignoranza e dalla miseria, ma non dalla sofferenza; ne ha semplicemente tratto rabbia, da scaricare contro se stessa prima ancora che verso gli altri. Dentro di lei cova l’urlo straziato dell’abuso, a lungo trattenuto in petto, e quando finalmente riesce a parlarne, la rabbia le dà tregua, ma la serenità resta un traguardo lontano. Le ci vorranno anni per ricostruirsi, ricomporre i frammenti in un corpo capace di sostenere una relazione, uno scambio erotico che non la precipiti nel ricordo di quelle mani sozze, un corpo che riesca se non altro a convivere con la memoria indelebile della sua profanazione…

Dorothy Allison, autrice di Due o tre cose che so di sicuro, è una scrittrice statunitense con all’attivo racconti, memoir, saggi; la sua opera più famosa è La bastarda della Carolina, portato sugli schermi da Anjelica Huston. Scritta inizialmente come testo teatrale, quest’opera è stata poi riveduta per la pubblicazione nell’attuale forma. È un racconto autobiografico corredato da numerose foto di famiglia, in cui la Allison descrive con uno stile diretto, ruvido, disturbante a tratti, la sua infanzia abusata, la scoperta della propria omosessualità, il senso di annientamento e frustrazione di una bambina senza voce, ma anche la voglia dirompente di riscatto personale e sociale. Una storia dura, raccontata senza vittimismo, che restituisce l’integrità della sofferenza, ma soprattutto la tenacia dell’autrice nel lottare disperatamente per tornarne padrona della propria esistenza, confinando la paura e i ricordi in uno spazio dell’animo dove non possano più avvelenare il presente. Colpisce nel romanzo, oltre lo stile, il colossale lavoro che l’autrice ha fatto su se stessa, grazie anche ad un talento narrativo salvifico, che le ha consentito di esprimere e incanalare la rabbia, ma anche di ottenere apprezzamento nel mondo letterario e culturale, marcando ulteriormente la distanza tra ciò che era e ciò che, malgrado tutto, ha saputo diventare.



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