Due pesi due misure

Due pesi due misure
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso l’Europa Occidentale conosce una stagione di sviluppo economico assolutamente eccezionale, accompagnata da una richiesta di lavoro manuale in quantità non disponibile nei singoli contesti nazionali. Per ovviare a questo problema si avviano pertanto delle politiche di assunzione di personale proveniente da altri paesi europei dove l’offerta di manodopera sul mercato del lavoro si manifesta ancora piuttosto abbondante. In prima battuta i lavoratori stranieri pronti a emigrare verso le nazioni europee più sviluppate, come il Belgio, ricco di miniere, la Francia o la Germania, sono gli spagnoli, gli italiani, soprattutto, ma non soltanto, dal Meridione, i portoghesi e i greci. Ma basta poco tempo perché divenga necessario – appare subito evidente – fare ricorso ad altri lavoratori stranieri: questa volta le assunzioni riguardano cittadini appartenenti a zone extraeuropee. Nel frattempo è però in atto la maturazione di una nuova fase economica e industriale, caratterizzata da una tendenza di tipo regressivo e da una sempre più evidente condizione di crisi, non solo per quanto riguarda il mondo del lavoro, ma anche di carattere sociale. Il passaggio dal reclutamento di manodopera nei paesi dell’area mediterranea del Sud Europa a quello in contesti extraeuropei di fatto avviene in contemporanea con una fase di recessione che coinvolge l’intero continente europeo. Questa coincidenza fa sì che i lavoratori recentemente immigrati, disposti ad accettare condizioni lavorative più dure, vengano accusati di essere alle origini dei problemi economici e sociali dei paesi che li ospitano…
Ma perché non se ne stanno a casa loro? 
Beh, magari perché “a casa loro” c’è la guerra e la miseria… Lo facevano anche i nostri nonni… 
Che c’entra? Noi italiani emigravamo in maniera diversa. Noi andavamo all’estero per lavorare. Loro vengono qui per rubare. 
Beh, veramente, la mafia gli americani prima che arrivassimo noi non la conoscevano… E poi non è vero che tutti rubano, siamo tutti uguali, ci sono i delinquenti e gli onesti, che ti frega dove sono nati? 
Ma non li leggi i giornali? 
Proprio perché leggo i giornali ti dico quel che ti dico.
Non c’è lavoro neanche per noi, e quel poco che c’è se lo fregano loro… 
Ma se fanno i lavori più umili, quelli che noi che abbiamo studiato non vogliamo fare più!
Non c’è più un pizzaiolo italiano… 
E ti credo! La prima cosa che i ragazzi italiani chiedono quando cercano lavoro è se il fine settimana ce l’hanno libero… Ma come fai a tenere chiuso un ristorante di sabato?
Sarà capitato anche a voi (di avere una musica in testa? No, Mina non c’entra in questo caso) di sentire un dialogo più o meno così, no? Racconta di noi e del nostro tempo, delle nostre paure, dei nostri pregiudizi. Luciano Arcuri è professore emerito di psicologia sociale nell’Università di Padova. I suoi ambiti di ricerca riguardano la cognizione sociale, le basi psicologiche del pregiudizio e lo studio sperimentale dei processi impliciti nel giudizio sociale. Scrive un saggio interessantissimo e di rara chiarezza, senza retorica, che indaga nel dettaglio i meccanismi di un fenomeno purtroppo sempre più diffuso: la crescente antipatia nei confronti di chi proviene da un’altra nazione, che si sta sviluppando soprattutto tra la fasce sociali meno abbienti, tradizionalmente più pronte all’accoglienza e alla condivisione.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER