Due storie pietroburghesi

Due storie pietroburghesi
Il Corso Nevskij è l’unico posto a Pietroburgo dove la gente non va per necessità, ma solo per il piacere di calcare i suoi marciapiedi degni della scena di un teatro. Un vero teatro a cielo aperto, il cui spettacolo è offerto dalla varia umanità che ogni giorno si presenta su questa lunga strada, a tutte le ore del giorno e della notte. E nessuno di loro rinuncerebbe al Corso Nevskij, per niente al mondo! L’artista Piskarëv e il tenente Pirogov se ne vanno lì a spasso, quando incrociano una brunetta e una biondina che non possono lasciar andare. Il giovane ingenuo artista (quanto suona male, poi, l”artista di Pietroburgo”!) con orrore scoprirà che la sua bella altri non è che una prostituta. Una tale bellezza, in un posto così sordido! Se la dà a gambe, ma da allora non è più lo stesso. La notte in sogno la cerca, e alla fine il sogno diventa la sua vita, e quando il sonno tarda ad arrivare, fino a scomparire del tutto, ricorre all’oppio, pur di rivedere quel viso dai lineamenti divini. Scambiando il sogno con la realtà come fanno generalmente i pazzi, Piskarëv arriva addirittura a chiederle di sposarlo e di mettere fine a quella condotta immorale, ma viene deriso e schernito da lei e da una sua collega, e l’unico epilogo possibile è tragico. Pirogov invece si era messo all’inseguimento della biondina, una tedesca sposata a un fabbro nerboruto e spesso ubriaco. L’ufficiale è sfacciato e invulnerabile grazie all'uniforme. Commissiona al fabbro degli speroni e accetta di pagarli uno sproposito solo per il gusto di rivedere la biondina e rifilarle furtivamente qualche bacio. Anche se la giovane non riceveva dal marito più di due baci al giorno, pure provocò la gelosia del marito quando la scopre a ballare con l’ufficiale russo e in casa sua! Eh! Quel corso Nevskij mente a tutte le ore, è tutto un inganno! Aksentij Ivanovič Popriščin è impiegato al servizio del Direttore, al quale fa continuamente la punta alle penne. Nel suo diario ammette che talvolta vede e sente cose che nessuno ha mai visto né sentito. Infatti si appassiona molto alla conversazione tra due cani (uno dei quali è Maggie, la cagnetta di Sophie, la figlia del Direttore, per la quale ha un debole) e poi alla loro corrispondenza. Grazie a queste lettere scopre che l’animale non ha una buona opinione di lui, anzi lo considera un imbranato dai capelli di fieno, mentre Sophie lo trova ridicolo, ed è tutta lusingata dalle attenzioni di un Gentiluomo di camera. Alla morte di Ferdinando VIII, poi, Popriščin si convince di essere il Re di Spagna e smette  del tutto di andare al lavoro. Nel suo delirio creativo, le date del diario diventano il “43 aprile del 2000” o il mese di “marzobre”. La luna viene fatta ad Amburgo da un bottaio zoppo, e serve per ospitare tutti i nostri nasi. E se si prova a scrivere su un pezzo di carta “Spagna” verrà fuori “Cina”…
Sapeva di che cosa parlava, Gogol’, impiegato anche lui a 400 rubli al mese nei suoi primi anni a Pietroburgo, dove si era trasferito dall’Ucraina. La figura dell’impiegatuccio, ricorrente nei suoi racconti, cerca un’alternativa alla meschinità autocompiaciuta della realtà e la trova nel sogno, nella follia. Questi racconti essenziali, scritti intorno al 1835, sono la quintessenza del genio gogoliano: ricchi di riferimenti letterari (Shakespeare, De Quincey, Hoffmann, Manzoni) e di potenza espressiva, sono perfettamente dosati il patetico e l’ironico, il tragico e il comico. E nelle figure umane la forza creativa dello scrittore è ancora più potente: personaggi caricaturali, grotteschi, trasformati dalla fantasmagoria, irreali pure più veri e realistici della stessa realtà, che li ha generati (una menzione speciale va ai ritratti femminili, deformi, in cui Gogol' si affida allo stereotipo, avendo sempre avuto un rapporto difficile con l'altro sesso). Questo sesto volumetto della collana “Sìrin” (che è nata nel 2010 per celebrare i 15 anni della casa editrice Voland, e che propone grandi classici russi tradotti da importanti scrittori italiani) è tutto nuovo nella traduzione, di Cesare de Michelis (autore anche della postfazione). Facendo riferimento a un’edizione di opere gogoliane del 1896, i passi non comparsi nelle edizioni italiane finora note sono stati tradotti e riportati in corsivo; anche la traduzione dei titoli (Corso Nevskij e Brandelli dal memoriale d’un matto) è nuova e ragionata. Viene infine riportata la deliziosa ballata triviale alla quale il grande scrittore russo s'ispirò per il racconto Corso Nevskij.    

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