Due suicidi

Due suicidi

Discorrendo con lo scrittore Aleksandr Sergeevic Gribaedov della “comicità della vita, della difficoltà di definire un fenomeno, di chiamarlo con il proprio vero nome”, Fëdor Dostoevskij racconta che solo dopo quarant’anni ha inteso appieno uno dei tipi più espressivi della nota commedia Che disgrazia l’ingegno!. Il commediografo interlocutore coltiva una sua idea al proposito: qualunque tentativo porti avanti, l’opera d’arte mostrerà sempre la sua debolezza di fronte al piccolo frammento enigmatico di realtà. Idea già nota nel pensiero di Dostoevskij: qualcosa accade, un osservatore qualunque si ferma in superficie, un altro, un altro tipo di osservatore, non si stacca dall’interrogarsi intorno al più piccolo particolare di quell’accadimento, tanto da tormentarsi e da tentare con forza di “soffermarsi e placarsi”: ecco che tra i due opposti si cela “il vero senso dell’uomo”. Di fronte, l’enigma del fenomeno, colto nella sua evidenza, ma di cui “l’inizio e la fine” rimangono nel fantastico. Lo spunto della conversazione si allaccia a due casi di cronaca, due suicidi. Una ragazza, figlia di un noto emigrato russo, si uccide con il cloroformio lasciando un biglietto con una nota di sfida, o risentimento forse, ma per cosa? L’altra ragazza, una sarta, si getta dalla finestra tenendo tra le mani un’icona, disperata perché non trovava lavoro. Due suicidi, due morti la cui evidenza (e i dettagli) tormentano il pensiero nel suo formarsi dell’osservatore, il quale non può distogliere lo sguardo da quei frammenti di realtà poiché ad alcune cose, “semplici in apparenza, non si può smettere di pensare”...

Questo breve estratto del 1876 dal Diario di uno scrittore redatto da Dostoevskij a partire dal 1873, è qui raccolto nel curioso libriccino-edizione della Damocle Edizioni, cucito a mano e con il testo russo ad accompagnare la traduzione italiana di Chiara Munerato, curatrice della collana di riferimento dedicata alla letteratura russa.



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