Due verticale

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1960, Washington DC. Attendendo il suo turno, Vera tenta d’immaginare come vivano quei ragazzini che abitano sempre nella stessa casa, magari per esempio a Minneapolis, a San Francisco o a Denver, e non come lei, più che altro sul sedile posteriore della Ford Fairlane Crown Victoria del 1955 rossa e bianca di sua madre Vivian, se non in quale motel fiorito di muffa. Prova invidia e curiosità per quella loro stabilità, ma allo stesso tempo sospetta che alla lunga tutta quella tranquillità diventi solo una gran noia. Di che cosa sono fatte le loro case? Sono eleganti oppure semplici? Hanno un vialetto d’accesso lungo e dritto? C’è un cane disteso sul tappeto del soggiorno? Liquida quei pensieri con un sospiro. Ragazzini barbosi, commenta fra sé e sé. Poi compita mentalmente i termini sui quali sono caduti altri due concorrenti – katharometer e crepitant –, finché non si fa avanti un bel ragazzo snello, quindicenne come lei. A quanto Vera ha sentito anche lui sta in albergo. Sempre lo stesso lui però, quello dove sono ora, lo sfarzoso Hawthorne, a pochi isolati dalla Casa Bianca. Si chiama Stanley. Un tipo strano. Vera non sa bene che cosa pensare di lui. Ha un’aria indolente, piuttosto schiva, quando si siede sembra quasi fondersi con la sedia, eppure nel modo di fare ha un distacco insostenibile, e davvero un po’ troppa baldanza per la sua età. Avanza a grandi falcate, con quella giacca di tweed e le scarpe scozzesi di un numero di troppo, si schiarisce la gola, stringe il microfono e vi appoggia la bocca come se si tratti, per lui, della cosa più naturale del mondo. Sembra un professore sul podio, oppure un prestigiatore. E la parola da compitare, manco a dirlo, è incorrigible. Per l’appunto, pensa Vera. È veramente senza speranza, irrecuperabile. E anche un po’ tronfio. Ecco, ha inventato un aggettivo adatto a lui: irrecupetronfio

Inventare cruciverba è una delle cose più divertenti che ci siano al mondo. Dal niente crei un enigma, un incastro, una soluzione, un indovinello, un labirinto che ti intreccia e insieme libera la mente. Se creare uno schema è piacevolissimo, risolverlo è ancora più liberatorio, anche perché puoi sfogarti prendendo a parolacce chi si è inventato – e se sei tu medesimo non vale… ‒ quelle definizioni che ti stanno facendo impazzire a furia di cancellature. Sempre che tu non sia uno di quei perversi pieni di sé che risolve lo schema a penna, naturalmente. Stanley è uno di questi. No, non un perverso pieno di sé. Uno di coloro che ritiene che l’enigmistica sia uno dei grandi piaceri della vita, questo sì. È appassionato. E per questo è solo. Troppo diverso dagli altri. Ma non gli importa. Poi, un giorno, incontra Vera, una ragazza speciale, e come spesso accade è talmente impreparato alla felicità che la perde. O meglio, rischia di farlo. Ma un buon cruciverba può aiutare anche a riconquistare un amore: sì, perché ognuno è un mistero, un enigma, ha le sue definizioni, e se le sai trovare, alla fine, tutto torna, e ti senti un piccolo genio. Più che altro, se hai incontrato la soluzione al rebus della tua vita, sei la persona più fortunata del mondo. Ed esserlo è più facile di quello che sembra: basta non avere paura di lasciarsi andare. Quando sei di fronte a un foglio bianco, quale che sia, fosse anche il tuo cuore. E questo è il messaggio di Bartsch, che scrive – bene – un libro fresco, divertente, interessante, intelligente, originale, trascinante, genuinamente emozionante, dolce, delicato, coinvolgente, arguto, spiritoso, sapido, allegro e soave, che non si fa fatica né a leggere né ad apprezzare. Non bisogna temere di amare. E di essere quel che si è.

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