E forse il bacio

E forse il bacio
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Lo stupore all’origine che segna il risveglio mattutino della scrittrice – autoritratto – circondato di banalità, di poco interesse o di una “esigua quota di piacere”, è nel ritrovare la voglia di alzarsi, ed alzarsi è il movimento del desiderio. E il bacio comunica desiderio, è desiderio. Nel bacio ci si proietta verso l’altro, si da e si riceve e forse si va oltre, ci si immerge in uno spazio comune dove le labbra si toccano, si mischiano profumi odori pensieri umori. Di Eros è il bacio di desiderio, di Philia è bacio di amicizia, tenero. Ma un bacio ha mille luoghi d’accadimento e ancora di più. È sostantivo, verbo, aggettivo quando delizioso, agente, numerale. Un’amica, Belinda e il fidanzato: tre voci discorrono di baci, di avventure, di ricordi e di finzioni, di fantasticherie, si scambiano messaggi in cui citano letteratura di baci, cinematografia del baciare, immagini dell’atto, là dove le bocche s’incontrano e le membra si compongono in plastico incrociarsi, archi di braccia, torsioni e inarcarsi di corpi l’uno verso l’altro. Dilatazione, eccezione, godimento. La natura e la vocazione del bacio si trovano in un “territorio psichico, corpo-spirito per due, congiunto all’immensità del cielo”. Un capriolo impudente corre in lontananza, il sole scivola giù attraverso il fogliame, il vento culla con il suo rumore, i due rotolano nell’interminabile istante del bacio, in una perfetta dilezione…

Piccolo simposio del bacio. I tre personaggi saggiano il bacio, assaggiandone l’atto e discutendone le declinazioni, fuggendo con certo lezioso fastidio le implicazioni enciclopediche cui questo saggiare può portare. Ricordi di baci, il bacio primitivo dei genitori in cucina, i primi baci appena adolescenti, quelle caricature ginniche per sapere com’è, i baci maturi rapiti ardenti. Paolo e Francesca e il libro come medium, letture di baci, la poesia di Louise Labè, Lucrezio e Montaigne, il bacio vampiresco di Dracula, immediata discesa nel desiderio che preda ed è predato – pericolosa zona, quella del collo – e ancora frammischiati alla mappa dei baci sul proprio corpo, zone baciate e altre meno, e forse rimpianti di baci mai dati. Belinda Cannone saggia il bacio, in poche deliziose pagine lo saggia e lo assaggia – essayer – ludico oscillare tra atto del bacio, citazione letteraria e rimando iconografico, accompagnata visivamente da quelle opere che si soffermano sul territorio psichico del “corpo-spirito” per due: Giove e Io di Correggio, il bacio di Klimt, il bacio di August Rodin, quello di Anna e Gioacchino in Giotto, ma anche la celebre fotografia di Doisneau. Ché il bacio è una delle cose bellissime al mondo, il “santuario della grazia”, là dove i corpi si conoscono nel tramite del volto, “luogo della nostra stessa umanità”.



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