E morì con un felafel in mano

E morì con un felafel in mano
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Lo trovano freddo, morto con un felafel in mano, anch’esso freddo, stravaccato su una poltrona-sacco col mento appoggiato al primo bottone della sua camicia di flanella preferita, quella che aveva anche una settimana prima quando si è palesato come potenziale affittuario ‒ accettato per disperazione, visti i soggetti presentatisi in precedenza nel corso della ricerca, fattasi lunga, di un coinquilino ‒ della stanza libera dell’appartamento. È il loro primo coinquilino morto. Con i tossici le probabilità aumentano, ma prima di rinvenirlo cadavere ignoravano che avesse quel problema. E meno male che almeno ha avuto la cortesia di lasciare un anticipo… In realtà non è il loro primo coinquilino ad avere problemi di droga: c’è stata anche Melissa. Una tipa a posto, però. Che quando abita con loro si fa, certo, ma senza darlo affatto a vedere. Ha un fidanzato che ruba i cd dalla casa, ma lei dice che il colpevole è un fotografo giapponese. Organizza una clamorosa truffa con le carte di credito e dà il loro indirizzo come recapito, però loro in fondo sono ben felici di aiutare gli esattori che un giorno si palesano a casa cercando uno sconosciuto che, a quanto ne sanno, accumula debiti su debiti e si fa mandare i conti a casa loro. Anzi, agli ufficiali giudiziari offrono persino il tè. E comunque Melissa ruba il cibo nel ristorante dove lavora per portarlo a casa e condividerlo: come si fa a non essere riconoscenti a una tipa così?

Il felafel è una tipica pietanza mediorientale, in pratica una succulenta polpetta di legumi fritta molto diffusa anche come cibo da asporto: Danny, interpretato da Noah Taylor, rinviene così Flip, con un felafel in mano. Sul divano della casa che condividono. Morto. È l’inizio di un fortunato film, il più celebre e riuscito, sotto ogni aspetto, di Richard Lowenstein, diventato a suo modo un piccolo cult, non fosse altro per la complessiva freschezza che ha in comune col romanzo omonimo, e per il titolo stravagante e accattivante, un endecasillabo impossibile da dimenticare che dà subito impressione di surrealtà e alterità. Il romanzo indaga concentrandosi soltanto su pochi frangenti la scombiccherata e tragicomica vicenda del protagonista, che forse vorrebbe tanto diventare adulto ma sembra essere incapace di decidersi a farlo. Sono infatti molti di più di quelli che si notano nella pellicola i personaggi che in questa storia rocambolesca e picaresca, a suo modo di formazione, o forse sarebbe meglio dire di de-formazione, Danny incontra: da ognuno di loro apprende qualcosa. Così come sono molti di più i traslochi che, nella cornice di un’Australia che pare avere tratti in comune con altri luoghi conosciuti attraverso altre modalità espressive e narrative (Boyle, Cunningham, Irving…), si ritrova a vivere: del resto però l’elemento principale non è strettamente legato a un tempo o un luogo, poiché infatti questo divertente e profondo romanzo altro non è che una meditazione allegorica sulla necessaria e inevitabile perdita dell’innocenza.



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