E morì a occhi aperti

E morì a occhi aperti
Il cadavere viene ritrovato ad Albatross Road, nella zona West 5 di Londra, riverso dietro alcuni cespugli. È notte, la pioggia continua a cadere senza dare un attimo di tregua, quando arriva il sergente un paio di volanti sono già sul posto. Bowman della squadra omicidi gli passa subito la torcia: l'uomo ha ancora gli occhi aperti, prima di farlo fuori i tipi che lo hanno ucciso devono essersi divertiti parecchio. La faccia è quasi irriconoscibile e il corpo è un ecchimosi dalla tasta ai piedi. Di sicuro un lavoro per la sezione A14, quella dei Delitti Irrisolti. Sono loro che indagano sulle morti di cui non frega niente a nessuno. Barboni, alcolizzati, poveracci, tossicodipendenti. Proprio come l'uomo che è stato appena ritrovato: Charles Staniland, di mezza età, la moglie e la figlia lo avevano abbandonato, senza lavoro e dedito all'alcool, una donna che lo ha fatto impazzire e una grossa eredità dilapidata come se niente fosse. E poi una quantità enorme di scritti, pagine di diario, registrazioni, per scoprire chi era veramente Charles Staniland e perché è stato ucciso...
L'indagine del sergente senza nome protagonista di E morì a occhi aperti non è un'indagine come tutte le altre. L'introverso poliziotto londinese, di cui il lettore conosce veramente poco a cominciare dal nome, non procede seguendo le solite procedure. Come dice Niccolò Ammaniti nella breve prefazione del libro, di sapere chi è l'assassino al sergente e a Derek Raymond non gliene frega proprio niente. Quello che interessa è sapere chi è l'assassinato! Infatti il vero protagonista è proprio lui, il fu Charles Staniland, che parla ed emerge dal romanzo grazie alle pagine del suo diario e alle registrazioni della sua voce: «Per me Staniland non era soltanto un altro cadavere all'obitorio. Grazie ai suoi scritti e alle sue cassette continuava a essere vivo, per quanto mi riguardava». Vero e proprio noir esistenzialista E morì a occhi aperti, pubblicato per la prima prima volta nel 1984, è il primo romanzo del ciclo noir chiamato della Factory, che vedrà impegnato Derek Raymond, morto a Londra nel 1994 dopo una vita tutt'altro che tranquilla, in molti altri libri. Il poliziotto senza nome racconta le sue vicende in prima persona. La voce narrante aderisce al personaggio senza sbavature, riflettendo una Londra di periferia dove si muove un'umanità dolorante e sanguinante nella quale il protagonista non ha paura a immergersi, forse perché la differenza tra lui e gli altri non è poi così grande. Non a caso il poliziotto, a forza di leggere i diari e di ascoltare le registrazioni, finisce con il sovrapporsi con l'uomo che quei diari e quelle registrazioni ha composto molto anni prima. Il lettore si ritrova perciò a leggere, a sua volta, di uomo che legge (o ascolta) parole scritte o articolate nel passato, in un gioco di specchi in cui vita e morte, realtà e letteratura, giocano a riflettersi l'una attraverso con l'altra. Troppo complicato? Forse si, ma d'altra parte ecco cosa dice Staniland in una delle sue registrazioni, «chiunque concepisca lo scrivere come una piacevole passeggiata verso una placida vita di agi, è destinato a non scrivere che merda».

 

 

 

 
 
 
 
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